martedì 27 aprile 2010

La casa sul fiume 2007/2009



Il soggetto della "casa sul fiume" è per me abbastanza ricorrente, mi piace infatti riprodurre la trasparenza dell'acqua, le atmosfere "umide" di questi luoghi, i riflessi della vegetazione e degli interventi dell'uomo, quando questi si armonizzano con l'ambiente. A distanza di alcuni anni ho voluto riprendere lo stesso soggetto per capire se con il mio lavoro ho acquisito una maggiore (o anche minore) capacità di rappresentare questa tipologia di paesaggio.  
Azzardo un mio giudizio. Sono molto affezionato all'acquarello del 2007, perchè rappresenta uno dei miei primi tentativi di "contatto" con l'acquarello. Questo è diventato infatti un pò come un "segno", una sorta di mia presentazione, e così rimarrà.
Nonostante la foto un pò infelice, il secondo acquarello, finito poche ore fa, è senz'altro più calibrato, atmosferico, con un disegno più sicuro,  una qualità tecnica che denuncia senz'altro il buon lavoro fatto in questi pochi anni. Forse però potevo renderlo un tantino più incisivo e con colori più brillanti.
Ma...non c'è il due senza il tre!




2007
acquarello 
24 X 30 cm



2010
acquarello
43 X 34 cm


Sullo stesso tema, posto, per completezza,  altri tre acquarelli realizzati negli anni scorsi.


2009
casa sul fiume (variazioni sul tema)
42 X 27 cm

2008
casa sul grande fiume
42 X 30 cm

2007
la casa sul fiume
33,5 X 32 cm

domenica 4 aprile 2010

Memorie di vecchi tempi: - vol 2° / 3 - L'arrivo a Napoli

L'impatto con la nuova città, in verità, non fu dei più felici. Si era ai primi giorni di luglio, ed il caldo imperversava ormai in pieno. Dalla fresca e tranquilla Bologna ci trovammo immersi in una specie di Babilonia, fatta di rumori assordanti, nelle strade colme di passanti gesticolanti e vivaci, di sole caldissimo, di ragazzetti vocianti che sbucavano da tutte le parti, uscendo dalle strettissime vie laterali, i famosi vicoli di Napoli, i quali, fra parentesi, ci colpirono vivamente con tutti quei panni colorati che sventolavano appesi da una parte all'altra dei vecchi palazzi fitti fitti di balconcini. Carri pieni di mattoni o di altra pesante merce percorrevano a sbalzelloni il selciato ineguale del largo corso Garibaldi, trainati da grossi, robusti cavalli, altra novità per noi; non ci sfuggì però la bellezza del cielo azzurrissimo, e la delizia del venticello fresco e profumato che a tratti spirava dal mare mitigando l'arsura (noi si andava verso la marina, dove avremmo abitato) e che ci accarezzava piacevolmente il viso.

Tante impressioni contrastanti si contendevano il nostro animo, ma la felicità che irradiava il volto di nostra madre ci compensava di tutto, e subito fummo felici della sua felicità.

Per la prima volta avremmo abitato in una caserma; ciò era dovuto all'obbligo fatto da mio padre della sua presenza continua sul posto di lavoro, dove erano i magazzini viveri militari, dei quali era consegnatario; il suo lavoro consisteva quindi nel consegnare, presenziare e regolare la distribuzione degli stessi ai vari reggimenti e caserme site in Napoli e nella provincia, lavoro faticoso e di grande responsabilità; per esempio, poichè queste consegne, a causa di orari prestabiliti, si dovevano effettuare dalle tre e mezzo alle quattro del mattino, mio padre era costretto ad alzarsi a quell'ora ogni mattina, con il personale addetto, e presenziare e sorvegliare che tutto fosse eseguito alla perfezione!

Giunse finalmente la "carrozzella", tipico mezzo napoletano di trasporto, aperto e tranquillo, nella piazza di porta Capuana, svoltò a destra, e là si fermò; c'era un largo spazio vuoto, davanti al porto, dove si ergeva, è la parola giusta, una specie di grigio castelo merlato, non molto alto, due o tre piani credo e ciononostante piuttorto imponente, con la sua brava torre antica da un lato, ed un grande portone scuro al centro; a destra ed a sinistra di queste, due garitte con due sentinelle, debitamente armate di fucile; una gran quantità di soldati entrava e usciva frettolosamente da questo portone, ed ognuno di loro doveva ogni volta salutare la sentinella, portando la mano alla visiera del berretto.

Questo fu dunque il luogo dove avremmo abitato durante tutto il nostro soggiorno napoletano; in esso erano approntati, oltre al nostro, ancora due o tre appartamenti, per altri ufficiali ed impiegati dei vari servizi, con le loro famiglie, con alcune delle quali stringemmo una grande amicizia.
Abitare in una specie di castello credo sia stato sempre il sogno delle bimbe romantiche, e questo ad un tratto si verificava per noi! Anche se ancora un pò frastornate dal viaggio, questo fatto ci piacque, per quanto la realtà fosse piuttosto diversa dal sogno: niente lussi, niente giardini fioriti, una semplicità davvero spartana dappertutto; c'era soltanto quel via vai di persone affaccendate, militari e civili che animavano l'androne lunghissimo a perdita d'occhio; tuttavia, almeno apparentemente, un castello era pure, e l'appartamento che ci era stato assegnato era piuttosto bello, grande, e con un terrazzo enorme, che prendeva tutto il piano superiore dell'edificio (la nostra casa si trovava al terzo piano) una vastità tale da poterci andare sopra in bicicletta, circondato da alte mura merlate, e che andava da via Marina fino alla piazza della Porta Capuana, l'edificio essendo grandissimo; esso comprendeva infatti, oltre ai magazzini viveri, anche il complesso per la panificazione, con le sue macchine impastatrici, che lavoravano anche di notte, con un ritmo cadenzato, sordo (che mi dava tanta sicurezza, paurosa come ero di eventuali ladri!) ed i grandi forni a legna dove si cuoceva il pane per i soldati (spesso il profumo del pane appena sfornato si spandeva nell'aria ed era delizioso); poi ancora il magazzino vestiario, dove c'erano le divise nuove per le reclute, e naturalmente tutti gli uffici per i vari sevizi.

Tornando al grande terrazzo, certo scorazzare a piacere, con i nostri piccoli amici, su tanto spazio libero, fu almeno per Marcella e me, una grande felicità; per Teresa era diverso, ormai quasi una signorinetta, non prendeva parte ai nostri giuochi ancora un pò infantili, e, come sempre si estraniava da essi; a lei piaceva leggere, più che altro, forse, per esplicare il suo buon gusto ed il suo istinto tutto femminile di dedicarsi ad un lavoro creativo e gentile.

Comunque, ripensandoci, non era poi cosa tanto comune abitare in una caserma, dove la vita dei militari è regolata da vari squilli di tromba, che ben presto imparammo a riconoscere e, perchè no, anche ad amare; c'erano trombettieri bravi, ce la mettevano tutta a suonare con vivacità e precisione, e la cosa ci divertiva sempre; certe volte stonavano miseramente ed allora ridevamo come matte. I segnali più simpatici: il richiamo della sveglia del mattino, molto vivace e brillante, poi quello dell'ora del rancio, cioè il pranzo dei soldati, la classica "la zuppa s'è cotta venite a mangiar"; infine, oltre agli altri richiami, piuttosto numerosi, il più patetico e dolce era certamente il "silenzio", eseguito alle nove di sera, quando tutti i soldati erano rientrati in caserma e bisognava dormire: dolce, disteso e lento, a me piaceva moltissimo.

Tutto questo movimentò subito la nostra vita, in principio, poi l'abitudine attenuò il divertimento, pure ci fu sempre caro ascoltare quelle note musicali che scandivano il tempo, le ore; ci ricordavano una vita che si svolgeva accando a noi, del tutto diversa dalla nostra eppure interessante, piena di animazione e di significato, e ci impediva di sentirci mai veramente soli, era proprio come avere sempre una gradevole compagnia!

In quanto all'epoca di costruzione del nostro "castello" francamente non saprei dire nulla di preciso; in verità credo che più che un vero castello questo edificio sia stato, in lontani tempi, piuttosto una fortezza militare a difesa della costa, contro gli assalitori, per la sua posizione che fronteggiava il mare; indubbiamente era stato restaurato e ricostruito più volte, conservando però, con la sua corona di merli che lo sovrastava, un aspetto inusuale e romantico...Inoltre la torre ad esso attaccata, grande, di colore oscuro e quasi minaccioso, di forma rotonda, con piccole finestre e tante feritoie quasi nascoste, in primavera, da verdi foglie e fiorellini, era certamente molto antica, forse del '500, chissà; pare che sotto il dominio dei Borboni fosse adibita a prigione di stato, ed in essa furono rinchiusi, di volta in volta, i patrioti rivoluzionari dei vari movimenti antiborbonici, fra i quali Eleonora Pimentel Fonseca, che, poveretta, vi risiedette vari mesi prima di essere giustiziata senza pietà.

Del tutto inoffensiva, ormai, la vecchia torre ancora resisteva nel tempo; nelle sue feritoie a centinaia avevano fatto il loro nido moltissimi piccioni, che svolazzavano spesso da una parte all'altra dell'edificio, e, quando a mezzogiorno tuonava nel cielo il colpo del cannone della fortezza di S.Elmo, là, sulla collina del Vomero, e le sirene delle grandi navi attraccate al porto suonavano tutte insieme per segnalare il mezzogiorno, tutta la tribù dei colombi volava in alto nel cielo, ed a stormi faceva numerosi giri intorno alla loro torre, quasi per salutarla e manifestare la loro gioia di vivere!


lunedì 22 marzo 2010

Memorie di vecchi tempi: vol.2°/2-mio padre

Di mio padre ho già parlato a lungo, precedentemente, in queste mie note, quindi ho ancora poco da aggiungere.
Anche se non alto, fisicamente era bello e aitante, la divisa da ufficiale dell'esercito gli stava d'incanto; conservò a lungo una figura elegante e marziale, ma la sua attrazione maggiore era concentrata nel viso, fresco, chiaro e giovanile, con grandi occhi nocciola dall'espressione dolce e penetrante, la sua bocca era piccola e ben disegnata, il sorriso aperto e direi, un pò fanciullesco, disarmante.

Egli incantava tutti, dai suoi soldati alle signore amiche della mamma, pochè istintivamente era portato alla simpatia universale della gente e del mondo; aveva vivissimo il senso della bellezza e della grazia, maniere gentili con tutti, anche con gli umili, e l'amore del prossimo lo circondò sempre, fino ai suoi ultimi giorni.

Con la sua pazienza, con la sua dolce arguzia egli rese felice la nostra fanciullezza; in seguito con i suoi consigli e con il suo entusiasmo per la vita ci incoraggiò nelle ore difficili, condividendo ogni nostra pena, godendo intensamente di ogni nostro successo ed essendo per noi, in ogni occasione, una sicura guida morale.

Fra noi figliole, Marcella fu sempre la sua prediletta, forse perchè la più piccola, forse perchè la più cagionevole in salute; egli soffriva nel vederla piangere, e quando questo accadeva, piuttosto spesso in verità, egli cercava in ogni modo di distrarla, con favolette, giochetti allegri o, addirittura prendendola in braccio, quando era proprio piccina, e Marcella ricambiava con grande tenerezza questa sua predilezione, che è stata sempre fortemente sentita durante gli anni.

Con Teresa e con me, le più grandi, aveva invece un grande rapporto di fiducia e, direi, di serietà, e noi, nel nostro cuore eravamo fiere e interamente appagate.

Da buon napoletano era anche un buongustaio, amava i piatti caratteristici della sua terra, e spesso si divertiva, potendo, ad insegnare a mamma qualche specialità appresa a sua volta dalla nonna o dalle sorelle maggiori, con qualche piccolo segreto... culinario che faceva risaltare maggiormente la bontà della vivanda!

Attivo, allegro, ottimista, aveva tuttavia un carattere fermo, e con l'esempio e con le parole seppe ispirarci i più alti sentimenti di equità, di altruismo e di coraggio morale che tanto ci hanno sorretto poi nella vita quotidiana.

E, soprattutto, e di questo lo ringrazierò sempre, egli aprì alla nostra sensibilità ed alla nostra immaginazione il mondo della musica i tutte le sue forme, dall'opera, delle quali, finchè fummo bambine, usava, un pò per giuoco ed un pò per farceli conoscere, canterellare i motivi più semplici e melodiosi, e, nello stesso tempo narrandoci la storia delle varie opere, oppure suonando sul suo flauto pezzi più o meno virtuosi, e non stancandosi mai, con l'esempio, e con il suo personale interessamento, di inculcarci l'amore per la musica come profonda elevazione dell'animo.


venerdì 19 marzo 2010

martedì 16 marzo 2010

Pasquetta



Non mi risulta mai facile la copia di foglie, rami, fiori ecc... Un'attività considerata essenziale per la formazione artistica di un tempo. La capacità infatti di rappresentare il paesaggio naturale, dipendeva dalla conoscenza della "struttura" intima della natura, dell'andamento dei rami nelle diverse specie arboree, delle foglie, dalla varietà dei colori. Se si leggono le pagine di Ruskin oppure di un qualsiasi manuale di disegno e pittura della fine ottocento, si rimane stupiti dalla ricchezza delle informazioni, dei suggerimenti, degli esercizi proposti. Doveva proprio essere una grande fatica. 
Solo dopo aver fatto questo ramoscello d'ulivo, ho pensato di deporre i pennelli e dedicarmi ad altro.

sabato 13 marzo 2010

Adesso mi diverto


Questo è un omaggio al caffè, e un piccolo divertimento digitale da uno schizzo (poco riuscito) sul mio moleskine

venerdì 5 marzo 2010

lunedì 22 febbraio 2010

Sentieri - tecniche a confronto

                                                                                                                                                                


       tempera su cartone 
15 X 33 cm
    
                                                                                                                                                                                                                                                 
acquarello
19 X43 cm 

 riveduto e corretto

Cosa c'è sotto?

Se c'è una cosa che mi affascina nell'acquarello è proprio l'estrema versatilità e spregiudicatezza del mezzo. Pur avendo sperimentato l'acquarello fondato esclusivamente sul gioco di colore ed acqua , rigorosamente senza disegno , io ho orientato prevalentemente la mia attività verso un acquarello applicato ad una base disegnata.
Il disegno rappresenta per me almeno il 50 % del tempo necessario ad eseguire un lavoro. Sarà perchè a me piace disegnare, o forse perchè, attraverso il disegno, ritengo di poter acquisire una tencnica che mi consentirà nel futuro di fare a meno della matita, o ancora, perchè in me è più forte lo stimolo allo "studio" piuttosto che quello alla spontanea "creazione", o per le tre cose insieme, sta di fatto che in ogni mio acquarello mi sforzo di costruire un disegno prima di usare pennello e colori.
E allora vi vorrei mostrare un esempio, un "work in progress", la base disegnata di un prossimo acquarello.










2012


eccolo l'acquerello realizzato:


Memorie di vecchi tempi: Volume secondo /1-Mia madre

Volume secondo
Napoli 1926 - 1930


Prima di iniziare il capitolo sulla nostra vita a Napoli, voglio completare il ritratto dei miei cari, così come erano in quell'epoca , cioè nel 1926. Delle mie sorelle ho già parlato a lungo, prima, ancora ne parlerò in seguito, ma per quello che riguarda mia madre e mio padre ne ho soltanto accennato occasionalmente nelle mie note trascorse.

E questo per una mia certa naturale ritrosia, come se descriverli comportasse, da parte mia, una certa mancanza di rispetto per la loro condizione di genitori.
Ma superato questo sentimento, per la grande tenerezza che ho sempre provato per essi, allora ed ancora oggi, credo di poterlo fare, e con tutta sincerità ed amore.

Mia madre aveva una bella figura, alta e forte, ed era grande in tutto: dalla bella voce sonora e potente alle bellissime mani, degne di essere ritratte da qualche celebre pittore: dalle nivee braccia, che nelle serate di gala all'opera, come era in uso in quegli anni anche per le signore "per bene", erano completamente scoperte, alle belle spalle che uscivano dal velluto e dai merletti dell'abito da sera, e che strappavano a noi gridolini di gioia e di piacevole sorpresa, abituate come eravamo a vederle sempre accuratamente coperte, anche d'estate.
Aveva tanti bei capelli castano scuro, lunghissimi, lucenti e così folti che quando si pettinava,Marcella ed io, ci divertivamo a nasconderci dietro di essi. I suoi linemaneti non erano belli nel senso classico della parola, ma espressivi ed interessanti; gli occhi erano nerissimi, vivi e brillanti ed assumevano, nei dolci momenti di tenerezza, uno sguardo affettuosissimo; il naso, un pò grande, era stretto alla base e del tutto banale, ma la bocca piena, grande ed affettuosa, sapeva sorridere in modo affascinante.
Il suo carattere era forte, anch'esso, ed energico, con inusitate tenerezze che commuovevano e conquistavano tutti; anche se severa e rigorosa nell'esigere che ognuno adempisse al proprio dovere, sapeva colmare questa severità imperiosa con una comprensione amorosa, quando necessario, con l'interessamento affettuoso e continuo che aveva per noi tutti, con la sua integrità morale che risplendeva nelle sue parole, nel suo modo di vivere, nel suo comportamento quotidiano.
Per questo era amata da tutti; i suoi parenti, le sue amiche, ognuno che ne avesse bisogno, ricorreva a lei, per consigli, per aiuto morale, per goderne l'amicizia e l'affetto, che largamente e generosamente dispensava; fedele fino in fondo a sè stessa ed a coloro che amava, incapace di rancori meschini o di invidie.

Mio padre e noi ne subivamo il fascino in pieno e ci riusciva molto difficile resistere alla sua volontà, sempre guidata, d'altronde, da altruismo e da amore; nello stesso tempo sentivamo di costituire per lei tutto il suo mondo, il suo universo, e capivamo che avrebbe ustata tutta la sua viva intelligenza e tutta la sua forza d'animo per difenderci da qualsiasi pericolo o dolore.

Le sue parole erano sempre sagge ed improntate a vivo senso di giustizia; perfino con gli animali era grande e benevola: "Noi siamo il dio degli animali", soleva ripetere spesso, e personalemtne si interessava che le sue bestiole, fossero gatti o galline, avessere il loro cibo e fossero curate e rispettate.
La stessa benevolenza dimostrava per l'attendente e per la domestica, beninteso quando facevano il loro dovere con attenzione e sollecitudine; altrimenti il suo sdegno prorompeva ed allora... guai al malcapitato!

E nonostante che il governo della casa e della famiglia prendesse buona parte del suo tempo, mia madre si interessava volentieri di tutto: leggeva regolarmente i giornali, per esempio, per cui seguiva con attenzione i movimenti politici del tempo, ed era edotta dei vari avvenimenti e personaggi dell'epoca, dei quali parlava spesso con mio padre, per avere da lui maggiori spiegazioni e pareri; ella amava la lettura, in genere, e leggeva spesso romanzi del tempo, che erano quelli delle signore romantiche dell'ottocento, e cioè Carolina Invernizio, della Serao, sua scrittrice preferita, oppure Ferdinando Verdinois, scrittori discutibili quanto si vuole ma che rappresentavano il meglio della letteratura amena dell'epoca, senza parlare dei "Romanzi Quattrini", che si compravano a dispense dal giornalaio e che mamma conservò gelosamente per molti anni, in ricordo forse della sua giovinezza. Scriveva poi moltissimo alle sue amiche lontane, di Lecce, di Brindisi e di Mesagne, con vero talento, si vede, poichè la sua corrispondenza era molto apprezzata dalla medesime. Mi capitò a volte di leggere qualche cartolina postale oppure illustrata, di auguri o di saluti, e mi colpiva sempre la grazia e lo spirito di amicizia che le animavano!

Poi c'era la musica, che l'entusiasmava sempre, dall'opera lirica ai semplici pezzi per piano suonati da noi, dal "Pastore svizzero" al "Canto del cigno", di Saint.Saens, suonato con maestria da babbo sul suo flauto e via, via, alle romanze da salotto cantate dalle sue amiche ( ricordo un "Libro santo" ed un " Se tu m'amassi", fra le più conosciute del tempo) ai brani sinfonici trasmessi dalla radio, quando, nel 1927 incominciò a diffondersi questo nuovissimo, strabiliante mezzo musicale!


Se si pensa che dalla sua famiglia, anche se fra le prime di Mesagne, aveva ricevuto una istruzione piuttosto limitata, poichè nessuna delle figliole femmine, ed erano ben sette, era andata alla scuola comunale, tranne che nei primissimi anni; invece un giovane maestro, il cosiddetto precettore, andava in casa tutti i giorni per istruirle in altre varie nozioni e perfezionarle nella scrittura e nel far bene di  conto, e perfino in qualche lezione di pianoforte, delle quali però mamma non approfittò affatto!


I ragazzi invece, Federico e Felice, erano interni in uno dei primi collegi di Lecce; a questo punto bisogna riconoscere che l'intelligenza, l'acume e la buona volontà di mia madre furono veramente amirevoli; delle sue sorelle soltanto una era simile a lei, la zia Matilde, anch'essa appassionata di letteratura e di musica, tanto da mettere anche lei in collegio, uno dei migliori di Napoli, la sua unica figliola, mia cugina Mercedes, dove, oltre a ricevere una notevole cultura (leggeva e parlava correntemente il francese) potè perfezionarsi così bene nello studio del pianoforte da diplomarsi molto brillantemente con il professore e pianista celebre Florestano Rossomandi, che riuscì a farle dare una impronta raffinatissima alle sue esecuzioni: in Debussy, in particolare, era veramente incantevole e tutti noi ne eravamo affascinati.


Le altre sorelle, Nina, la più grande di loro, Claudia, Margherita (Anna e Amalia non superarono la fanciullezza, con grande dolore del nonno) conservarono la media istruzione che avevano ricevuto, perfezionandosi di più nel ricamo, sempre difficili e raffinati, nei lavori complicatissimi all'uncinetto ed in tutte le mansioni di donne e future padrone di casa, allora considerate importantissime.


I due fratelli, invece, si laurearono ambedue in giurisprudenza; di carattere completamente diverso, ma intelligentissimi entrambi, vissero una vita diametralmente opposta: federico a Mesagne, tranquillo, filosofo, amante della campagna e del quieto vivere, amministrò le sue proprietà con molta comodità e con una nonchalance del gran signore terriero; liberale, dalla parola facile ed arguta, si circondò di amici fedeli e, a tempo perso, esercitò anche la professione di avvocato.
Felice, al contrario, di temperamento vivacissimo, irrequieto, volitivo, appena laureato si iscrisse al partito politico che, secondo lui, avrebbe sollevato l'Italia dall'inerzia e dal disordine, e, con la sua pronta intelligenza, fece una rapidissima carriera politica, sempre apprezzato per la sua probità e il suo entusiasmo. Non tralasciò per questo di amministrare brillantemente le sue tenute agricole, ereditate dal padre come agli altri figli, e dedicò coscienziosamente, appena gli era possibile, il suo tempo libero alla sua famiglia che, nel frattempo, si era creata.


Questa era dunque la famiglia di origine di mamma, alla quale fu sempre attaccatissima, ed a sua volta da essa molto amata e rispettata, per il suo animo generoso, il suo buon senso, la sua viva intelligenza, per cui spesso si rivolgevano a lei per dirimere problemi o varie difficoltà da risolvere; dovendo  compendiare il una parola la mia impressione su mia madre, credo che adopererei la parola latina "domina", perchè erra era veramente la "domina" della famiglia tutta e della casa, esempio vivente di affettuosità, di senso del dovere, di fedeltà, di amore.


A questo punto di queste mie note su mia madre mi accorgo di aver mancato di ricordare tanti e tanti particolari caratteristici di lei, particolari che ricordo con grande tenerezza, e che dovrebbero occupare essi stessi una parte ben maggiore delle mie memorie, e che aggiungerebbero umanità e verità a questo ritratto.


Per esempio: il suo modo di esprimersi; in famiglia lo faceva quasi sempre nel suo beneamato dialetto mesagnese; in società, o, comunque con estranei, invece, nel più perfetto italiano, con una verve ed un così arguto argomentare che affascinava e divertiva nello stesso tempo.
La sua voce ampia, e piena delle più varie inflessioni risuonava simpaticamente nei salotti delle sue amiche, attirando sempre simpatia ed attenzione; e questo era certo fra le più valide ragioni per cui la presenza era tanto desiderata, e dovunque era accolta con grande piacere e soddisfazione.

Anche noi, a casa, godevamo tantissimo di questo suo, diciamo così, talento oratorio; la conversazione fra noi non languiva mai, e la sera, specialmente dopo cena, usavamo raccoglierci intorno a lei, pregendola di raccontarci qualche episodio della sua vita giovanile, anche riguardo alla sua numerosissima famiglia, dove sempre vari avvenimenti si susseguivano giornalmente, lieti o tristi, ma sempre vivaci; passavano davanti ai nostri occhi squarci di quella antica vita sociale e familiare dell'ottocento (mia madre era nata nel 1879) con le sue rigide regole, la severità paterna inflessibile, che i numerosi figlioli e nipoti cercavano in tutti i modi di aggirare, dando luogo a vari piccanti ed esilaranti fatterelli: Poi gli episodi comici della vita paesana, dei quali si facevano eco le varie persone che frequentavano la casa, le vecchie amiche della nonna, oppure i "famigli", così detti, servitù, rispettosissimi contadini, la vecchia Rosina, che mamma ricordava da sempre, alla quale era ancora affezionatissima, il cocchiere Angelo, fedele ad oltranza sia al nonno che a tutta la famiglia, l'anziana signora Scalcione, puntualissima, ogni pomeriggio nella sua visita alla cara "Donna Minerva", che era la nonna, e tanti, tanti altri personaggi familiari.

Restano nella mia memoria e ritornano spesso, con lietezza soffusa di nostalgia, i vocaboli più usati da lei nel suo linguaggio giornaliero, così espressivo ed originale: "vabbandi" (va via), "la jatta" (la gatta), "li jaddine" (le galline),"l'attani" (il padre), ecc...
oppure vecchi proverbi paesani: "Si gennaro no scennaresce, febbraro male pensa", o "li guai della pignata le sepe la cucchiara", ecc...




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