domenica 27 dicembre 2009

Piccoli paesaggi fluviali





Autunnale

tempera su cartone
19 X 15,5 cm

 
Piccolo grande fiume
tempera su cartone
14 X 15 cm

giovedì 3 dicembre 2009

Memorie di vecchi tempi: 15 - Gli zii di Bologna


Vol. I Bari 1920 - Bologna 1924


Avevamo anche degli zii, a Bologna, che avevamo conosciuto in qualche loro visita a Bari, la zia Margherita, sorella di mamma, e lo zio Ottavio, suo marito, con i loro due figliuoli Giovanni e Roul. Poi, per qualche misteriosa ragione, non ne avevo più sentito parlare. Quando giungemmo a Bologna, si fecero vedere in qualche modo. Presumo da questo che ci fosse stata fra di loro e i miei, qualche causa di dissapori, che ignoravo e ignoro tuttora; so però che ad un certo punto l'affetto prevalse, ed in occasione della seria forma di pleurite che aveva colpito mamma, la zia Margherita, che era, fra parentesi, la sorella preferita di mamma e di poco maggiore di lei, venne a trovarla e con ciò la pace fu fatta.


Ci vedemmo abbastanza spesso, da allora, anche perchè in un primo tempo abitarono relativamente vicino alla nostra casa. Infatti andavamo a piedi a trovarli, e ricordo che per arrivare alla loro casa, bisognava attraversare la grandissima piazza Malpighi, che aveva, ai quattro lati del suo largo marciapiedi centrale, quattro specie di sarcofaghi, con delle pietre verdi, mi pare, e seppi dopo, da grande, che effettivamente erano delle antichissime tombe.


Ma quello che piaceva moltissimo a me ed alle mie sorelle, era un baracchino che spesso stazionava nella piazza e che attirava l'attenzione di tutti i bambini del quartiere ed anche quelli che passavano di lì, perchè era un teatrino di burattini.


Era la  prima volta che vedevamo un teatro di burattini, diciamo così, pubblico e la cosa ci divertì moltissimo; facemmo la conoscenza della nota maschera bolognese, Fagiolino o Fasulein, come lo chiamava il popolino, e per quanto spesso la maschera parlasse in dialetto bolognese, la mimica e la vivacità di quel burattino ci piaceva lo stesso; inoltre le parti recitate in italiano erano fequenti e ci permettevano di seguire il filo della rappresentazione.


Naturalmente non ci potevamo trattenere molto, perchè i nostri genitori si stancavano di stare in piedi a lungo, e così, a malincuore, sul più bello, magari, dovevamo proseguire per andare dagli zii; spesso, però, con bonaria condiscendenza  e debitamente accompagnati dall'attendente (anche lo zio Ottavio era ufficiale dell'esercito) i nostri comuni genitori ci permettevano di ritornare in piazza con i cugini, per finire di vedere le varie avventure, quasi sempre comiche e piene di bastonature, del famigerato Fasulein, del dottor Balanson, di Brighella e di tanti personaggi delle commendie, che non ricordo più.


La zia Margherita era una signora alta e bruna, come mamma, alla quale somigliava moltissimo, ma molto più magra; si distingueva da lei per un'espressione del viso molto più severa, quasi, direi, un pò dura; non ricordo mai di averla vista ridere,e ciò mi sorprendeva sempre, perchè mia madre aveva spesso, per le persone care, o anche soltanto amiche, un largo e affettuoso sorriso; le sue sopracciglie ad arco circonflesso molto accentuato, lo sguardo penetrante, i modi piuttosto perentori mi intimidivano moltissimo, tanto da farmi restare sempre muta in sua presenza.


Seppi, però, molto più tardi, che per la zia quello era stato, ed era ancora, un periodo molto scuro e difficile della sua vita; aveva perduto, pochi anni prima la sua adorata primogenita, stroncata in pochi giorni da una meningite fulminante, la piccola Maria Pia, che dicevano tanto graziosa e buona; le rimaneva il piccolo Giovanni e una gravidanza tardiva, presentatasi, avrebbe forse potuto lenire il suo grande dolore. Fu perciò accolta con gioia, ma purtroppo, senza apparente causa, era venuta a mancare, ed il bimbo ad un certo punto era morto nel suo seno senza ch'ella se ne accorgesse; questo le aveva procurato una infezione acuta che la condusse in breve in fin di vita, e fu in questa occasione che le si era scoperto un diabete gravissimo, probabilmente a cagione del quale aveva perso il bambino. Si salvò a stento, ma guarita dall'infezione, rimase terribilmente delibitata e depressa; inoltre fu costretta dal suo male, il diabete, ad osservare una dieta strettissima, non essendo allora ancora nota l'insulina, farmaco di elezione per questa malattia, e quindi stentava molto a riprendersi anche fisicamente.


Si trovava dunque, la zia Margherita, in quell'epoca, ancora sotto gli eventi trascorsi, cosciente altresì, di dover lottare contro il male che l'insidiava senza alcuna difesa tranne la cura dietologica di un buon medico, uno dei migliori di Bologna, il prof. Modenese, allievo del grande clinico Augusto Murri, e nel quale riponeva la massima fiducia; il quale peraltro riducendo drasticamente tutti gli zuccheri e i carbiìoidrati, ridusse la sua resistenza fisica ad un margine esilissimo, e fu causa più importante, certamente della sua precoce fine.


Comunque nell'anno 1925, tranne la sua perdurante tristezza e serietà, la zia stava apparentemente bene; una sua giovane nipote, e nostra cugina, era venuta su da Mesagne per aiutarla a curarsi e darle una mano nel governo della casa e dell'educazione di Bebè, fanciullo simpaticissimo ma con la vivacità e l'impulsività dei suoi sei anni. Ella si chiamava Nina e si fece subito benvolere da tutti, per il suo bel carattere tranquillo e cordiale, il suo fattivo aiuto, il suo aspetto gradevole ed attraente nella sua semplicità: poteva avere sedici o diciassette anni, dei begli occhi neri nel visetto candido, capelli bruni molto ondulati e folti, una voce molto simpatica e molta molta pazienza. Per questo anche noi le volemmo subito bene, ed è certamente fra le persone che ricordo più volentieri e fra le più simpatiche.


Ma allora, naturalmente, noi preferivamo la compagnie dei cugini, Giovanni, un bel ragazzone sui quattordici anni, bruno, vivace, il ritratto dello zio Ottavio, e Roul - Bebè, il piccolo di casa, che adorava il fratello e nello stesso tempo tentava sempre di emularlo ed anche sfidarlo; di acarattere ardito ed appassionato, lo stuzzicava a fare botte con lui, e mentre Giovanni, scherzando, gli dava corda, lui si infiammava tutto cercando la vittoria a tutti i costi!


Noi assistevamo divertite a questi tornei, poi, mentre Giovanni chiaccherava un pò con Teresa di libri e di scuola, noi facevamo con Bebè qualche giuoco più tranquillo, a dama  od altro.


Molto diverso dalla zia Margherita era lo zio Ottavio; allegro per temperamento, scherzoso, amava le battute comiche, ed era cordialissimo con noi bimbe; era, sì, ligio al suo lavoro e sentiva la sua militanza nell'esercito come una vocazione; ciò però non gli impediva di trovare bella la vita, e di vederne i suoi lati migliori. Alto anche lui, con occhi grigio azzurro mobili e vivaci, era buono e sensibile, forse un pò superficiale, ma indubbiamente simpatico. Gli piaceva tento parlare, forse un pò troppo, ma questo andava molto bene per babbo, che invece parlava poco, anche se amava molto la conversazione e la biuona compagnia di amici e parenti.


Ricordo che per Natale facevano un bellissimo Presepio, assai grande, al quale lavoravano un pò tutti, prendeva quasi una stanza, ed era bello vedere con quanta passione vi si dedicavano!


...

Memorie di vecchi tempi -Anteprima

domenica 29 novembre 2009

Memorie di vecchi tempi: 13 - La chiesetta di via dei Grifoni; 14 - I nostri amici Landolfi

Vol. I Bari 1920 - Bologna 1924

La chiesetta di via dei Grifoni


Proprio all'inizio della breve e stretta via dei Grifoni poco dopo il nostro portone di ingresso, si apriva una portoncina piccola e scura che immetteve in una graziosa piccola Cappella, dove la domenica andavamo ad ascoltare la Messa. Era appena più grande di una stanza comune, aveva la volta a cupola dipinta di azzurro e disseminata di stelle di argento, così che il piccolo altare nel fondo sembrava campeggiare dell'infinito. L'effuso misticismo dell'ambiente ben si accordava al dolce lirismo delle nostre anime in preghiera; poche persone ci venivano, qualche vecchietta vestita di nero, altre giovinette silenziose e devote, e noi così, quasi sole davanti a quel piccolo altare illuminato, con il sacerdote che pregava sottovoce, sotto quella volta azzurro-stellata...


Mai dopo ho provato l'impressione così perfetta di spiritualità, di serenità e di pace, come in quella chiesetta, che ci parlava soavemente di un mondo relale, dolce eppure così lontano...


I nostri amici Landolfi


Erano trascorsi già alcuni mesi dal nostro arrivo a Bologna, quando, anche questa volta in modo diverso dal solito, facemmo la conoscenza, trasformatosi poi in solida ed affettuosa amicizia, di una famiglia di origine meridionale, che venne a d occupare un appartamento nel nostro stesso palazzo, appartamento che in un primissimo tempo avevamo noi stessi abitato; lo cambiammo poi con l'attuale casa, prospiciente via dei Grifoni, perchè troppo grande ed anche per il fitto altissimo, per noi troppo caro.


Avvenne che la signora Marani, esattrice del proprietario del palazzo (a proposito, questo proprietario si chiamava conte Sassoli-Tomba, cognome che in un primo tempo spaventò tanto mamma, che, superstiziosa, non ne voleva più sapere di fare questo contratto ed abitare questa casa; poi si piegò davanti alla difficoltà di trovare un altro alloggio, rarissimi in quel periodo a Bologna, ed anche per la comodità di abitare vicinissimi al posto di lavoro di mio padre, ufficiale nella caserma del 35esimo fanteria, che si trovava appunto un pò più in giù, nella nostra stessa strada), la signora Marani, dicevo, una donna molto vivace, intelligente e sbrigativa, come la maggior parte delle bolognesi, in una delle consuete visite per riscuotere l'affitto, disse a mamma che nel palazzo c'era una signora, arrivata da poco tempo anche lei, che piangeva sempre e si disperava per aver dovuto lasciare Napoli, dove prima risiedeva, per l'avvenuta promozione del marito, colonnello del Tribunale militare di Bologna. Disse ancora di aver parlato di noi a questa famiglia, al quale aveva espresso subito il desiderio di conoscerci.


Figuriamoci! A mamma non sembrò vero, e fu subito combinata una visita, per cui in un bel pomeriggio di dicembre, i signori Emanuele e Bianca Landolfi vennero a trovarci, e quella fu la prima di numerosissime visite che ci scambiammo da allora in poi.


Erano, i Landolfi, delle ottime persone, appartementi all'alta borghesia napoletana; lui, il colonnello, ancora abbastanza giovane, sui quaranta, forse, aveva una persona sottile ed aristocratica, i lineamenti fini, e vivaci occhi azzurri, che aveva trasmesso a due dei loro figlioli, a Lucia, sedicennne, ed a Vittorio, di un anno minore, mentre Anna, la terzogenita, aveva i begli occhi scuri della madre, afflitta però da notevole strabismo.










martedì 17 novembre 2009

Improvvisi



bozzetto a tempera cm 25 X 15 per un acquarello che forse non farò mai. Il titolo però lo so già:"Infiniti silenzi" 

 

"Luci del nord" - bozzetto a tempera su cartone per un acquarello impossibile
20 X 14,5 cm

domenica 1 novembre 2009

Piccolo schizzo su cartone


tempera su cartone
21 X 14

Ho fatto questo piccolo veloce schizzo per provare il supporto di cartone. E' il solito ritaglio di cartone vegetale, residuo di passepartout, su cui ho applicato due mani di mordente ad acqua. La superficie così ha perso un pò di assorbenza e ha acquistato un pò di rugosità. Mi pare che vada bene.
Ho realizzato lo schizzo usando un pennello di setola, con la tempera uso questi pennelli  non senza qualche  difficoltà.

venerdì 23 ottobre 2009

Arte e (è) Cultura




Ritengo che la mia passione per l'acquerello  è prima di tutto un interesse culturale, è un mezzo insomma che mi ha consentito di riavvicinarmi, dopo anni, allo studio della pittura dei grandi maestri.

E' un modo, quindi, di riprendere  uno studio che avevo iniziato da giovane e che avevo perso un pò per strada, distratto dalla molte occupazion della vita (in realtà necessariamente più importanti).
Ora, in questa mia seconda giovinezza, ho trovato un mezzo formidabile per riprendere quel cammino.
Se non ci fosse questa finalità e consapevolezza a sostenere la mia attività, non potrei sopportare le  frustrazioni, la fatica a volte, l'insoddisfazione di non ottere risultati, che caratterizza in genere ogni approccio al disegno e alla pittura.


Ecco perchè in questo blog, mi sono occupato spesso di acquerellisti.
Ritrovando il gusto della ricerca, e sfruttando la potenza di internet, mi sto creando una bella biblioteca di saggi, monografie e articoli.

Quando,  qualche anno fa quando ho ricominciato a interessarmi di acquarello, mi ero dettto che la prima cosa da fare era acquistare qualche manuale. Ricordavo infatti che ai miei tempi, quando ero studente, si trovavano nei colorifici delle colonnine piene di libretti, un pò polverosi e sgualciti, che riguardavano le diverse tecniche. Allora ho pensato di digitare su Google  i termini "acquerello" e "watercolour". Beh, potete immaginare la mia sorpesa! Mi si è aperto un mondo fantastico, a me sconosciuto. Altro che vecchi opuscoli sgualciti!! una produzione invece infinita di siti, blog, libri, manuali, tanto da perderci la testa. E per un pò ho continuato ad acquistare manualetti coloratissimi, soprattutto di derivazione anglosassone, da titoli iaccattivanti come "Dipingere atmosfera ed emozioni" "Dipingere l'acqua, "Stesura dopo stesura".

E qui ho incontrato, per caso, dopo un pò uno dei pochi manuali italiani, "Il grande libro dell'acquarello", bellissimo testo di Ettore Maiotti e Luisella Lissoni, che poi sarebbero diventati i miei principali maestri (ma di questo intendo dedicare uno specifico post).

Ora, come ho riferito in "potenza di internet", ho fatto una nuova scoperta. C'è la possibilità di trovare vecchi manuali, i libri ottocenteschi su cui si formavano gli studenti di disegno e di pittura nelle Accademie e nelle scuole di pittura. Per me ,che sto a poco a poco approfondendo i grandi acquarellisti del periodo romantico inglese, è davvero emozionante trovare  e  acquistare  questi testi a prezzi spesso molto convenienti (l'ultimo che ho acquistato  del 1850 costa 6 euro!) . Naturalmente il costo è probabilmente direttamente proporzionale all'interesse generale che essi suscitano. Essi giacciono dimenticati in qualche libreria britannica  o statunitense di libri usati  e, sembra, nessuno se ne accorga. Ma per me, per me sono autentici "gioielli".


Leggendoli mi son reso conto della loro vitalità e della "passione " dell'insegnante nel trasmettere la propria esperienza. Ma , nello stesso tempo, sono di estrema utilità per interpretare e gustare le opere degli artisti del tempo, per conoscere le loro tavolozze, i metodi di rapresentazione,  le dotazioni strumentali, le carte, i pennelli.



Dopo il famoso manuale di David Cox, con l'aiuto di Angelo, ho trovato un manuale di uno "sconosciuto" professore di disegno, e mi sono ricordato di mio nonno, che non ho mai conosciuto, e che era proprio un professore di disegno vissuto a cavallo tra l'800 e il 900, molto stimato ed apprezzato.

Il manuale è di una ricchezza incredibile, lo si può intuire anche solo scorrendo l'indice.
Si parte dalla descrizione dei colori dello spettro di Newton, ai colori primari, secondari e terziari, per poi passare alla descrizione molto articolata dei pigmenti, al modo di lavorare, alla postura, alla descrizione minuta dei materiali. Interessante è pure la definizione dei termini tecnici usati (questa parte del testo è peraltro particolarmente utile per comprendere altri testi). E poi la descrizione di una innumerevole serie di esempi, dagli alberi alle rocce, all'acqua alle onde, al fogliame, alle diverse atmosfere. E non aggiungo altro. Se non fosse per le mie difficoltà a comprendere  l'inglese, sarebbe una lettura davvero formidabile. Mi accontento di capire il senso generale  del discorso, non senza emozione, soprattutto là dove l'autore si rivolge direttamente ai "Pupils", con consigli, suggerimenti, cautele all'uso di certi pigmenti e incoraggiamenti.












Chi volesse sfogliarlo, ha la possibilità di farlo in quanto tutto il manuale è disponibile su internet . Cliccate qui.

giovedì 22 ottobre 2009

Un pò di Storia: la carta "Cox"

Nel diciottesimo secolo con il termine "drawing paper" veniva indicato semplicemente qualsiasi carta che gli artisti trovavano appropriata per i loro scopi, sia lavorando con la matita o grafite, con il gesso o l'acquarello. Non esistevano , in altri termini, carte dedicate per i diversi usi e tecniche.

Solo nel XX secolo, sulla spinta delle esigenze degli artisti come D.Cox, si sviluppò una produzione sempre più specializzata, e, con l'introduzione di nuove tecnologie, la produzione della carta da disegno e acquarello si diffuse su scala industriale.
Tuttavia non venne mai meno la produzione di carta fatta a mano, anzi si assiste ad una integrazione dell'esperienza artigianale e tradizionale con la stessa produzione industriale.
Occorrre peraltro osservare che gli artisti, molto spesso, usavano carte destinate ad altri usi, sulla base dei propri gusti ed esigenze, non seguendo necessariamente le specifiche finalità delle carte di produzione industriale.

Questa premessa serve per descrivere il contesto produttivo in cui si svolse tutta l'attività di D. Cox.
Il pittore, in tutta la sua vita, si servì di carte realizzate a mano di diversi produttori.

In particolare usò tre tipologie di  carte.
La prima, che usò con continuità per tutta la sua vita e che veniva indicata dal Maestro come "Old favourite cartdrige", era originariamente una pesante carta per realizzare cartucce ( "wrapping powder and shot paper ").Probabilmente, però, Cox si riferiva alla carta del produttore Creswick. In ogni caso, i due tipi di carta avevano caratteristiche in comune: erano supporti molto spessi, dalla superficie rugosa e normalmente avevano un tono bianco molto caldo rispetto alle altre carte in circolazione.
La seconda veniva procurata da suo cognato Mr Cardener, il quale aveva un commercio per la fornitura di carta ai militari per il disegno di mappe di uso topografico. Cox riusciva così a procurarsi ritagli di questa carta che riteneva di qualità superiore.


La terza, infine, usata dal 1836 in poi, era una carta prodotta in Scozia, che il Maestro denominava "Scotch paper", fu poi associata al nome di Cox e prodotta su scala industriale.
 Era un supporto molto spesso e robusto, veniva realizzatoa con materiali di scarto come la tela delle vecchie vele, opportunamente sbiancata, ed era usata per avvolgere e impacchettare le risme di carta di qualità superiore.
Questa carta fu prodotta a mano per molti anni, in quanto le macchine non erano in grado di ottenere una carta da pacchi dello stesso peso e resistenza.
Cox trovava il supporto molto adatto alla sua pittura, lavorando con rapidità e utilizzando larghi pennelli molto carichi di pigmento. La carta era molto spessa e non proprio bianca, ma soprattutto era caratterizzata dalla presenza di piccoli puntini, ritenuti molto fastidiosi, soprattutto per i cieli.Ciò era dovuto alla non necessità, trattandosi di carta da pacchi, di effettuare accurati controlli della regolarità della superficie e delle impurità, come avveniva per le carte dedicate.
Si racconda che, a questo proposito, fu chiesto al Maestro cosa facesse per sbarazzarsi di questi fastidiosi puntini. E Cox rispose:" Oh, basta mettere loro delle ali e volano via come uccelli!"



Dopo la morte di Cox, la grande popolarità assunta dal suo lavoro indusse un mercante di carta, L.S.Dixon, a produrre una carta realizzata a macchina che riproducesse quella originaria fatta a mano.
A questa carta fu dato il nome "Dixon's David Cox Drawing" e fu usata  almeno fino agli anni sessanta del '900.

Sfortunatamente la maggior parte dei lavori di Cox che Dixon esaminò erano già considerevolmente ingialliti, così che il tono della nuova carta era alquanto diverso da quello originario

liberamente tratto da: 
Sun, Wind, and Rain - The Art of David Cox
Yale center for British Art, Birmingham Museum and Art gallery
a cura di Scott Wilcox (le foto sono ricavate dallo stesso testo)
Yale University Press 2009
e
Martin Ardie
Watercolour Painting in Britain
The Romantic Period
B.T. Batford LDT 
1967

martedì 20 ottobre 2009

domenica 18 ottobre 2009

Memorie di vecchi tempi: Bologna 10/2

Ecco un passaggio che ritengo tra i più belli e divertenti delle "Memorie", e per questo motivo ho voluto dargli un sottotitolo,"la signora Laureati", che  indubbiamente ne è il personaggio principale. Rileggendolo mi è sembrato vedere un episodio tratto da una sceneggiatura "felliniana", svolgendosi peraltro proprio a Bologna, nella terra di origine del grande Maestro dove, a Rimini, ambientò l'indimenticabile "Amarcord" . Ma potrebbe essere anche tratto da un film di Pupi Avati.

Vol. I Bari 1920 - Bologna 1924

La signora Laureati 

Cominciammo a conoscere alcune famiglie nel palazzo: la signora Benini, del secondo piano, venne a trovare mamma, saputola poco bene; era piuttosto distinta, bolognese puro sangue, il suo argomento preferito di conversazione erano i suoi stessi malanni, cosa che non risollevava certo il morale di mamma; ci vedemmo quindi pochissimo.

Conoscemmo poi la signora Marchesini, nostra dirimpettaia sul pianerottolo: piccola, magra, diffidente, separata dal marito; essa aveva due belle bambine, appena più grandi di noi, con le quali ci vedemmo qualche volta, ed un maschio sui sedici anni, Chicco.

Le ragazzine si chiamavano Albina, la maggiore, bionda, affettuosa, di buon carattere, e Cenci (diminutivo di Vincenza), minore di qualche anno, bruna, riccioluta, con due lunghe trecce, invece piuttosto scostante, introversa e alquanto presuntuosa, forse perchè molto bella. Di Albina, divenuta molto amica di Teresa, sapemmo che era un pò la vittima della madre, che la preferiva alla seconda, probabilmente per affinità di carattere; la giovinetta aveva invece un temperamento da artista, mite e sognatrice, ed artista lo era difatti; vedemmo dei suoi lavori di pittura davvero notevoli; particolarmente incline alla miniatura, ne vedemmo molte, eseguite all'acquarello, veramente deliziose.

Un'altra famiglia, a suo modo abbastanza pittoresca, era quella del marchese Laureati, di Grottammare; anche lui separato di fatto dalla moglie, bellissima e giovane, perchè ostinato nel voler vivere nella sua cittadina di Grottammare, dove pare, chissà, lo trattenevano anche interessi terrieri o altre attività, mentre lei preferiva abitare a Bologna.
Avevano due figlioletti, molto simpatici, con i quali ci vedemmo spessissimo: si chiamavano Mario e Gianni, e il padre veniva ogni tanto a vederli; ricordo di averlo incontrato qualche volta, piuttosto minuto, magro, il viso sempre teso e triste, non poteva certo essere il tipo di uomo che potesse tenere avvinto a sè l'interesse di una donna così piena di vita e di esuberante bellezza come sua moglie, e difatti le scenate di gelosia erano frequentissime fra loro, durante le quali i bambini erano mandati in tutta fretta da noi.

Il modo nel quale venimmo ad essere amici fu, appunto, piuttosto inusuale, e depose per noi subito in loro favore.
Successe che in una delle nostre poche uscite domenicali, nel rientrare a casa ci accorgemmo di aver dimenticato le chiavi della porta dell'appartamento; che fare? Era piuttosto tardi, eravamo stati al cinema, forse, o a trovare degli zii che abitavano molto lontano; bussammo intanto a questa famiglia che conoscevamo appena di vista, e raccontando la nostra disavventura trovammo in loro la massima comprensione e premura. Vollero assolutamente che fossimo loro ospiti, per quella notte, cosa che divertì moltissimo noi bambini, e con tanto garbo davvero, ci approntarono dei letti di fortuna, in salotto e nelle altre varie stanze; avemmo così occasione di apprezzarne la loro spontaneità e la signorilità del loro animo. Il mattino dopo, naturalmente, babbo si affrettò a cercare un fabbro che ci aprisse la porta, e, ringraziando di cuore i nostri ospiti, rientrammo finalmete a casa.

Da allora ottimi rapporti di amicizia si instaurarono fra noi, e, per quanto la signora Laureati fosse assai più giovane di mamma, un grande sentimento di affetto nacque fra loro, fatto di fiducia e di desiderio di comprensione da parte della signora, e di benevolenza e indulgenza da parte di mamma.

Era pur vero che essa era di una bellezza straordinaria, alta, ben fatta, un pò formosa, forse, ma slanciata, il viso dai lineamenti perfetti, una vera statua greca; l'espressione dei suoi occhi neri era vivace e languida nello stesso tempo, la voce calda e sensuale; abbastanza logico, quindi, il sentimento di gelosia da parte del marito, fra l'altro ancora pazzamente innamorato di lei, ben conscia, d'altronde della sua bellezza e piena di passionalità e di vitalità; non si poteva sapere, quindi, onestamente fino a che punto la gelosia del marchese fosse giustificata.

A proposito della gelosia un avvenimento è rimasto particolarmente vivo nella sua memoria, anche perchè da noi bambine assolutamente imprevisto e inusuale.
Eravamo andate da Mario e Gianni, come al solito, per giuocare un pò, quando ad un tratto scoppiò un baccano infernale; esso proveniva dalla stanza da letto della signora Ines. Abbastanza spaventati uscimmo dalla camera dei giuochi e vedemmo il marchese mentre scuoteva furiosamente un bel  giovanotto "amico di famiglia", che avevamo visto altre volte e si chiamava Diego, il quale difendendosi al meglio, cercava di infilare la porta per andarsene. A questo punto la signora, agitatissima e molto elegante nella sua preziosa vestaglia di pizzo, con una bella treccia bruna su di una spalla, lo prevenne, ed aperta la porta bussò disperatamente al nostro uscio di casa, chiamando ad altissima voce: signor capitano, signor capitano! ci aiuti. la prego, venga presto!

Al che la porta si aprì immediatamente e nostro padre, stupefatto, si vide invadere la casa sia dalla signora Ines che dal bellissimo Diego, che protestando energicamente la sua innocenza, mostrava una ciocca dei suoi biondi capelli, evidentemente strappatogli dal marchese, arrivato tempestivamente per una delle sue rare visite ed avendo visto o intuito qualcosa che lo aveva mandato fuori di sè!

Mamma, per prima cosa, ci fece entrare con i nostri amichetti nella nostra camera, per riprendere tramquillamente a giuocare, e dilà sentimmo tutte le concitate e confuse spiegazioni, condotte soprattutto dal signor Diego, che voleva assolutamente denunziare ai carabinieri l'aggressione subita.
Con calma e con molta cortesia babbo gli fece capire come forse sarebbe stato meglio lasciar cadere la cosa, mentre la bella signora Ines si scioglievain lacrime, con una certa maestosa teatralità. Del...

Ahimè qui il racconto si interrompe, forse è andata perduta proprio la pagina finale di questo gustosissimo episodio!

Memorie dei vecchi tempi - anteprima

mercoledì 14 ottobre 2009

Memorie di vecchi tempi: 10 /1- Bologna

Vol. I Bari 1920 - Bologna 1924

Un incanto severo per le strade, appena appena fuori dal centro della città, dove noi eravamo andati ad abitare; fiancheggiate da alti palazzi silenziosi, da qualche muro un po' sbrecciato che limitava chiuso giardini, bassi portoncini davano il senso del mistero e della solitudine.

Per noi, giunti dalla festante e popolare Bari, brulicante nei quartieri vecchi di donnette, di braccianti, di bambini, di carretti carichi di mercanzie e di varie qualità di frutta con relativi chiassosi venditori, e nella parte centrale, moderna, di gente indaffarata e ricche signore a passeggio con i lunghi boa di struzzo e le velette nere, fu una sorpresa inverosimile ed insopportabile, tanta completa diversità di ambiente e di atmosfera.

Per mia madre, specialmente, fu terribile, avezza da tanti anni alla sua gente, al loro modo di pensare e di vivere. Una specie di coro, ora lieto ed ora tragico, secondo le circostanze, accompagna laggiù le persone nei vari avvenimenti della loro vita; un coro formato da amici, conoscenti, da semplici vicini di casa e persino dai fornitori abituali, dalle domestiche, dai postini...

A Bologna nulla di tutto questo; ognuno rinchiuso nella sua casa ignora completamente le sorti del vicino, e da ciò risulta, ad una natura prettamente meridionale, una sensazione pesantissima di abbandono e di desolazione, quasi di panico.

  I primi mesi trascorsi lassù, furono quindi per noi assai penosi e permeati di una tristezza alquanto incomprensibile per noi bimbe; e specialmente per me, che con la beata incoscienza dell'infanzia, mi ero subito perfettamente ambientata nella nostra piccola casa, molto più gaia e graziosa della nostra vecchia casa di Bari. Inoltre il fatto di essere tutti insieme, di avere vicino a me le persone che amavo tanto mi rendeva felice, e mi sembrava anzi di vivere un'avventura straordinaria.

Abitavamo al quinto piano di un palazzo appena ultimato, senza ascensore, naturalmente, appannaggio questo di pochissimi privilegiati ed a me del tutto sconosciuto; e per noi, avezzi ai primi piani delle case del sud, quell'altezza sembrò vertiginosa ed emozionante. Mi piacque, però: quella immensa distesa di tetti rossi aveva un che di fiabesco e di infinito, ed i vari abbaini che sporgevano qua e là diventavano ai miei occhi le porticine misteriose e proibite di abitazioni di fate che mi divertivo a contemplare al mattino dietro le finestre della nostra piccola camera.

Marcella, come al solito, partecipava molto a queste mie fantasiose interpretazioni; noi continuavamo ad intenderci a meravignlia, quasi senza parlare, e questa comunanza di pensieri, deliziosi nella loro ingenuità, costituiva il più profondo legame fra noi, e dava ai nostri giuochi il più dolce senso di sicurezza e di pace.

L'anno 1925 fu caratterizzato da un inverno freddissimo, assai più freddo del solito, per cui a Bologna nevicò in modo veramente eccezionale; immaginarsi la nostra meraviglia ed emozione, non avendo mai visto la neve prima; quintali e quintali di neve si accumularono sui tetti, con grande pericolo per i passanti, poichè non di rado enormi blocchi di neve ghiacciata si staccava dal resto, sia per l'enorme quantità, sia per un improvviso aumento anche minimo della temperatura, e precipitava giù, nella strada con un rimbombo così profondo e rumoroso da sembrare una cannonata!

Ma anche camminare sotto i portici, altra grande novità per noi, era pericoloso; uno strato di ghiaccio, sottile come un velo, rendeva sdrucciolevole al massimo il loro pavimento, e con molta facilità si assisteva a scene di gente che prendeva dei grandi scivoloni sempre preoccupanti per le possibili conseguenze. Avevamo ripreso ad andare a scuola, naturalmente, e questa volta in una scuola comunale, la scuola "Morandi Manzolini", in via Andrea Costa, una strada abbastanza vicina a casa, dove mamma dovette rassegnarsi a mandarci a piedi, anche con la pioggia! Probabilmente la faccenda dei portici dovette rassicurarla sugli eventuali pericoli per la nostra salute, e così ogni mattina, nostro padre o, più spesso, il nostro attendente, sempre ligio e puntuale, ci accompagnava alle lezioni, aiutandoci anche a portare le nostre pesanti cartelle di fibra (allora si usavano così).



Anche la nuova scuola era molto bella; ampi corridoi con vetrate, che davano sul giardino, dove si svolgeva la ricreazione, aule grandi e luminose, molta disciplina; l'atmosfera che vi regnava era però assai diversa da quella della scuola di Bari; più sciolta, più libera, senza quella specie di sacro timore che era un diffuso dovunque nel vecchio istituto che avevamo frequentato.

Forse perciò. nonostante la mia timidezza, non mi sentii mai imbarazzata e inibita, come prima spesso mi succedeva, ma, anzi, assunsi subito un contegno tranquillo e sicuro, anche se internamente non fossi poi tanto tranquilla, sia con le insegnanti che con le compagne, le quali, devo riconoscere, non mi dimostrarono mai diffidenza, ostilità, nonostante la mia provenienza dal sud, ed anzi, accorgendosi del mio buon italiano, e forse anche per la serietà della mia fisionomia, presero a trattarmi con un certo rispetto, pur non cercando mai di diventare mie amiche.

In realtà eravamo troppo diverse, proprio come se appartenenti a mondi diversi; fra l'altro non capivo affatto il loro dialetto con il quale fra di loro si esprimevano, ad anche il fatto di essere sempre accompagnata mi isolava un da tutte. D'altronde neanche io cercai mai la loro amicizia, e riuscimmo perciò ad andare sempre d'accordo.

Anche le mie sorelle si trovarono bene in questa scuola; Teresa frequentava la quinta elementare, e si trovava nella classe della signorina Scannagatti, cognome che in principio ci sembrò piuttosto buffo; in seguito, con l'abitudine non ci si fece più caso, anche perchè si dimostrò un insegnante davvero brillante; Marcella invece, in prima elementare, ebbe come maestra la signorina Zarri, dal carattere forte, un suscettibile, ma pieno di dignità ed anch'essa molto preparata e ligia al suo compito. Era anche professoressa di pianoforte e avemmo modo di conoscerla bene perchè, in seguito, divenne la nostra insegnante di piano.

Così pian piano la vita cominciò a svolgersi in modo regolare e tranquillo, anche se mamma continuava ad attraversare nei momenti neri, nei quali la nostalgia della sua gente, della sua terra, di tutti i suoi parenti, le sorelle Matilde, Nina, Claudia, i fratelli Federico e Felice, i tanti nipoti, ella apparteneva a una famiglia assai numerosa, l'assaliva ed allora erano pianti, lunghi e desolati che noi bimbe osservavamo sbigottite ed addolorate. Si ammalò, alla fine, di una notevole pleurite, dovuta forse al gran freddo al quale non era abituata nonostante il caldo dei termosifoni (altra grande novità per noi); e fu un bene, forse, per lei, poichè l'istinto della conservazione ebbe buon giuoco sulle sue malinconie, e, affidatasi alle cure di un buon medico, il bruno e aitante dott. Baldi, seguì scrupolosamente le sue prescrizioni, ed il desiderio di guarire... la guarì effettivamente!

Fu proprio in questo periodo che la bontà e il buon carattere di mio padre si manifestarono in tutta la loro evidenza; come sempre e più di sempre egli fu per noi la speranza, la gioia di vivere, , l'allegria, in una parola, la felicità! Le cure che ebbe per mamma (incominciava la mattina a prepararle personalmente lo zabaione ordinatale dal dottore) furono veramente commoventi; l'affettuosità del suo animo, i suoi continui incoraggiamenti, l'ottimismo che irradiava intorno a , ci aiutarono a superare ogni preoccupazione, a risolvere ogni problema. Divenne per noi proprio il nostro nume tutelare, bastava che entrasse in casa, perchè la luce e la serenità invadesse il nostro animo; poichè egli vedeva ogni avvenimento nella sua giusta luce, e dove poteva portare il suo aiuto era felice di darlo, perfino, per esempio nell'accontentare i capriccetti di Marcella, la più piccola e perciò la più teneramente viziata.

Intanto mamma continuava a migliorare e ad abituarsi alla nuova vita ed alla nuova città; non uscì quasi mai, è vero, nei mesi più freddi, ma trovava una certa calma e svago nello sferruzzare a maglia come le aveva raccomandato di fare il suo dottore assicurandole che era il mezzo migliore per guarire dalla tristezza e dalla nostalgia, e, da allora, mamma prese l'abitudine, poi conservata fino a tarda età, di passare molte ore del pomeriggio, specie d'inverno, a confezionare maglie e maglioni per tutti, pefino dei pantaloncini per noi più piccole, che in relatà mettevamo assai malvolentieri, giudicandoli fuori moda (ed in realtà lo erano!)

memorie di vecchi tempi - anteprima

lunedì 12 ottobre 2009

Anche questa è Lombardia



acquarello
 40 X 33
Mi ergo in cielo e vorrei raccontare del cielo, del sole, delle stelle. Vorrei raccontare della lenta quiete di questo angolo di Lombardia, vorrei pregare al suono mesto di campane, vorrei regalare ristoro al viandante...vorrei continuare a sognare di serate vocianti e di feste paesane...vorrei...
Carla Colombo

mercoledì 30 settembre 2009

Brianza e dintorni

Ieri ho approfittato della bella giornata per fare una "scappata" in campagna, a Canonica Lambro, un luogo tra i più belli della Brianza. Ricordo ancora quando, da ragazzo studente universitario, quasi per caso son capitato lì. E' stato come l'aprirsi di una scenario d'altri tempi, un angolo di "passato" molto evocativo. Accanto a cascinotti ormai diroccati l'imponente "Villa Taverna", superba che ha visto scorrere il Lambro da alcuni secoli...




Ruderi, appunto, destinati a scomparire. Eppure là dove c'è stato un recupero, si respira un'aria diversa, non più autentica. Qualche giorno fa, con mia moglie sono andato a cercare una vecchia cascina, molto importante per noi, una meravigliosa cascina bracciantile. Abbiamo trovato il luogo ma anche una tristezza profonda, non era più la "nostra" cascina. Eppure abbandono e  degrado strutturale equivalgono a distruzione. Basterebbe un pò più di accuratezza nel recupero e, forse, tra qualche decennio la patina del tempo ci restituirà un bene prezioso!

domenica 27 settembre 2009

Potenza di Internet!

Sono sempre più impressionato e strabiliato dalla potenza di internet, quale strumento di conoscenza. Un esempio? Interessandomi da qualche tempo agli aspetti storici dell'"acquarello" e studiando i grandi acquarellisti del passato, mi sono imbattuto in David Cox, pittore inglese dell'800, noto per la straordinaria abilità come acquarellista. Costui, come la maggior parte degli acquarellisti del tempo, era anche uno stimatissimo insegnante di disegno. D'altra parte , questo  era l'unico modo per sopravvivere, considerato che allora, come oggi, l'acquarello era un pò "snobbato" e le sue quotazioni erano insufficienti a mantenere dignitosamente una famiglia.
Cox ebbe una lunga vita, e produsse un'infinità di opere, tra disegni, acquarelli e olii. Ma essendo anche un insegnante, scrisse vari trattati , tra i quali uno di acquarello intitolato "Treatise on Landscape Painting in Watercolours", pubblicato nella prima edizione nel 1813 e ristampato varie volte fino al 1840. Ebbene, e qui vengo al punto, ho voluto provare a cercarne una qualsiasi edizione tramite Google e Amazoon, perchè leggere questo manuale avrebbe avuto per me un grande interesse per comprendere meglio la tecnica di quel tempo. Incredibile ma vero! E' saltata fuori una edizione del 1922, edita a Londra, depositata e disponibile per l'acquisto in una libreria di libri usati e di antiquariato esistente nel Surrey, la "Goldsworth Books & Prints" . Bene, l'ho acquistato per l'incredibile cifra di 24 sterline, spedizione compresa. Eccolo: E' un libretto di una cinquantina di pagine, costituito da una prefazione di A. L Baldry, un breve testo del'autore di una decina di pagine, seguite da numerosi disegni, ma soprattutto da stampe che riproducono diversi acquarelli (quelle stampe che venivano applicate e incollate con il  bordo superiore alla pagina) ,commentate dall'autore stesso. Nel commento, breve e sintetico, Cox illustra la composizione, il significato dell'opera, la tavolozza colori usata per le diverse parti del dipinto. Con spirito didattico, ogni stampa è relativa a un particolare momento della giornata (mattino, mezzodì, sera, crepuscolo...) oppure a condizioni atmosferiche (giornata estiva soleggiata, pioggia, temporale, vento, nuvoloso...). Un vero gioiello! Eccone una, il commento è più o meno questo:

Crepuscolo: veduta del castello di Harlech, Galles del nord  
Il grigio del cielo è ottenuto con indaco e rosso indiano, e l'orizzonte è colorato con ochra chiara; le montagne in lontananza con indaco, rifinite con lo stesso colore mescolato con lacca, e un pò di rosso veneziano sui bordi più chiari; la montagne più vicine, indaco, lacca e rosso veneziano; il castello con gli stessi colori; le rocce in primo piano, lacca,..., , nero e terra di siena bruciata; i prati, siena bruciata, bamboge, e indaco; gli alberi, indaco e siena bruciata, rafforzati con tocchi vivaci di bruno vandyke. 
 

Ecco invece alcuni disegni:






                                                                                                                                                     Non è esaltante tutto ciò?

mercoledì 16 settembre 2009

Il mio kit da viaggio

Dopo alcune uscite con grandi fogli "tirati" a telaio, cavalletto, sedia, colori in tubetto e pennelli, come già detto, ho pensato molto più pratico andar in giro con il minimo necessario, e, dopo l'affascinante "scoperta" dei Moleskine, con un piccolissimo albumino in carta d'acquarello. Poichè Angelo mi chiede di illustrare, anche con qualche foto, i miei "arnesi da viaggio", provvedo molto volentieri, rispondendo alla sua richiesta, ma anche con quel po' di esibizionismo, senza il quale peraltro difficilmente curerei questo blog. E, infine, perché no?, sperando anche che sia utile a qualcuno. I fogli Sugli albumini non mi dilungo, avendo già parlato di questo, con foto e riferimenti al sito di "moleskine". Va da che è sufficiente ritagliare qualche foglio di carta di acquarello e raccoglie i foglietti con un comune ferma fogli a pinza, per creare dignitosissimi piccoli album. Da notare che per mantenere complanari i due foglietti del moleskine uso una mollettina , come si vede nelle foto che seguono. I colori e i pennelli Io in genere lavoro con i colori in tubetto, però per queste uscite mi sono procurato un astuccio per godet in metallo inserendovi i miei colori principali (in tutto 16 pigmenti, ma possono essere anche meno). Lavorare con i godet, anche se molto pratico, per me è un po' più difficile perché è più complicato "dosare" in modo appropriato le mescolanze. Ho avuto difficoltà a trovare una scatola vuota, pertanto ho dovuto ricorrere a un meraviglioso negozio on line inglese, molto efficiente, eccolo: www.heatoncooper.co.uk (ve lo raccomando). Uso due pennellini, uno in pelo di scoiattolo (il più usato), detto anche "bombasino", l'altro è un piccolo pennelino in martora. Ovviamente gomma e matita e temperino, e poi un piccolo piano di appoggio in cartone, che tengo sulle ginocchia. Attenzione! l'uso del temperino e non di un taglierino (assolutamente preferibile per fare la punta alla matita) è dovuto a motivi "ecologici". In questo modo è più facile raccogliere i residui senza disperderli per terra! Per quanto riguarda l'acqua, riempio una bottigliata in plastica da mezzo litro (più che sufficiente) e utilizzo un'altra metà bottiglia come contenitore. Qualche fazzolettino di carta in luogo dei tradizionali stracci di stoffa. Le squadrette Per me è risultato fondamentale avere a disposizione due squadrette di cartone che, incrociate tra loro, formano una specie di "mirino" o "cornice" dell'inquadratura. Quando lavori all'aperto, infatti, non hai a disposizione i "confini"del dipinto, alla stregua di una foto, allora è molto utile costruirli ad hoc. Anche i "Grandi" usavano strumenti di questo tipo, Van Gogh , ad esempio, girava con due cavalletti, uno per la tela, l'altro per appoggiarvi un telaio di legno rettangolare con fili tesi formanti una sorta di quadrettatura. Ecco le mie squadrette, sovrapposte e separate. Regola importante è quella di incrociarle in modo che la diagonale del rettangolo risultante dall'incrocio abbia la stessa inclinazione di quella del foglio o del rettangolo in cui è inserito il dipinto. Ho sovrapposto la squadretta al foglio del moleskine, per esprimere meglio il concetto. Per tener ferme le squadrette una volta incrociate ho pensato di applicarvi del velcron (si scrive così?) Album, pennelli, colori, matita, gomma e temperino sono inclusi in una scatoletta di legno. Nel coperchio della scatola ho inserito una mezza piastrella di ceramica, perché è una superficie sicuramente più appropriata per mescolare i colori. Uso infine un piccolissimo sacchetto a spalle da passeggiata e un leggerissimo seggiolino pieghevole (5 euro). Ora che andiamo verso l'autunno e l'inverno non so quante volte riuscirò a uscire. Ma vorrei attrezzarmi anche per la stagione fredda. sto pensando a dei guanti di lana con le dita fuori e un cappellaccio copriorecchie. Qualcuno dirà che sono piccole "manie" da principiante... forse sì, ma se non ci fosse un po' di cura maniacale per questo oggetti, avrei sicuramente meno "gusto" nel scarabocchiare e acquerellare. Cari saluti a tutti
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