domenica 4 aprile 2010

Memorie di vecchi tempi: - vol 2° / 3 - L'arrivo a Napoli

L'impatto con la nuova città, in verità, non fu dei più felici. Si era ai primi giorni di luglio, ed il caldo imperversava ormai in pieno. Dalla fresca e tranquilla Bologna ci trovammo immersi in una specie di Babilonia, fatta di rumori assordanti, nelle strade colme di passanti gesticolanti e vivaci, di sole caldissimo, di ragazzetti vocianti che sbucavano da tutte le parti, uscendo dalle strettissime vie laterali, i famosi vicoli di Napoli, i quali, fra parentesi, ci colpirono vivamente con tutti quei panni colorati che sventolavano appesi da una parte all'altra dei vecchi palazzi fitti fitti di balconcini. Carri pieni di mattoni o di altra pesante merce percorrevano a sbalzelloni il selciato ineguale del largo corso Garibaldi, trainati da grossi, robusti cavalli, altra novità per noi; non ci sfuggì però la bellezza del cielo azzurrissimo, e la delizia del venticello fresco e profumato che a tratti spirava dal mare mitigando l'arsura (noi si andava verso la marina, dove avremmo abitato) e che ci accarezzava piacevolmente il viso.

Tante impressioni contrastanti si contendevano il nostro animo, ma la felicità che irradiava il volto di nostra madre ci compensava di tutto, e subito fummo felici della sua felicità.

Per la prima volta avremmo abitato in una caserma; ciò era dovuto all'obbligo fatto da mio padre della sua presenza continua sul posto di lavoro, dove erano i magazzini viveri militari, dei quali era consegnatario; il suo lavoro consisteva quindi nel consegnare, presenziare e regolare la distribuzione degli stessi ai vari reggimenti e caserme site in Napoli e nella provincia, lavoro faticoso e di grande responsabilità; per esempio, poichè queste consegne, a causa di orari prestabiliti, si dovevano effettuare dalle tre e mezzo alle quattro del mattino, mio padre era costretto ad alzarsi a quell'ora ogni mattina, con il personale addetto, e presenziare e sorvegliare che tutto fosse eseguito alla perfezione!

Giunse finalmente la "carrozzella", tipico mezzo napoletano di trasporto, aperto e tranquillo, nella piazza di porta Capuana, svoltò a destra, e là si fermò; c'era un largo spazio vuoto, davanti al porto, dove si ergeva, è la parola giusta, una specie di grigio castelo merlato, non molto alto, due o tre piani credo e ciononostante piuttorto imponente, con la sua brava torre antica da un lato, ed un grande portone scuro al centro; a destra ed a sinistra di queste, due garitte con due sentinelle, debitamente armate di fucile; una gran quantità di soldati entrava e usciva frettolosamente da questo portone, ed ognuno di loro doveva ogni volta salutare la sentinella, portando la mano alla visiera del berretto.

Questo fu dunque il luogo dove avremmo abitato durante tutto il nostro soggiorno napoletano; in esso erano approntati, oltre al nostro, ancora due o tre appartamenti, per altri ufficiali ed impiegati dei vari servizi, con le loro famiglie, con alcune delle quali stringemmo una grande amicizia.
Abitare in una specie di castello credo sia stato sempre il sogno delle bimbe romantiche, e questo ad un tratto si verificava per noi! Anche se ancora un pò frastornate dal viaggio, questo fatto ci piacque, per quanto la realtà fosse piuttosto diversa dal sogno: niente lussi, niente giardini fioriti, una semplicità davvero spartana dappertutto; c'era soltanto quel via vai di persone affaccendate, militari e civili che animavano l'androne lunghissimo a perdita d'occhio; tuttavia, almeno apparentemente, un castello era pure, e l'appartamento che ci era stato assegnato era piuttosto bello, grande, e con un terrazzo enorme, che prendeva tutto il piano superiore dell'edificio (la nostra casa si trovava al terzo piano) una vastità tale da poterci andare sopra in bicicletta, circondato da alte mura merlate, e che andava da via Marina fino alla piazza della Porta Capuana, l'edificio essendo grandissimo; esso comprendeva infatti, oltre ai magazzini viveri, anche il complesso per la panificazione, con le sue macchine impastatrici, che lavoravano anche di notte, con un ritmo cadenzato, sordo (che mi dava tanta sicurezza, paurosa come ero di eventuali ladri!) ed i grandi forni a legna dove si cuoceva il pane per i soldati (spesso il profumo del pane appena sfornato si spandeva nell'aria ed era delizioso); poi ancora il magazzino vestiario, dove c'erano le divise nuove per le reclute, e naturalmente tutti gli uffici per i vari sevizi.

Tornando al grande terrazzo, certo scorazzare a piacere, con i nostri piccoli amici, su tanto spazio libero, fu almeno per Marcella e me, una grande felicità; per Teresa era diverso, ormai quasi una signorinetta, non prendeva parte ai nostri giuochi ancora un pò infantili, e, come sempre si estraniava da essi; a lei piaceva leggere, più che altro, forse, per esplicare il suo buon gusto ed il suo istinto tutto femminile di dedicarsi ad un lavoro creativo e gentile.

Comunque, ripensandoci, non era poi cosa tanto comune abitare in una caserma, dove la vita dei militari è regolata da vari squilli di tromba, che ben presto imparammo a riconoscere e, perchè no, anche ad amare; c'erano trombettieri bravi, ce la mettevano tutta a suonare con vivacità e precisione, e la cosa ci divertiva sempre; certe volte stonavano miseramente ed allora ridevamo come matte. I segnali più simpatici: il richiamo della sveglia del mattino, molto vivace e brillante, poi quello dell'ora del rancio, cioè il pranzo dei soldati, la classica "la zuppa s'è cotta venite a mangiar"; infine, oltre agli altri richiami, piuttosto numerosi, il più patetico e dolce era certamente il "silenzio", eseguito alle nove di sera, quando tutti i soldati erano rientrati in caserma e bisognava dormire: dolce, disteso e lento, a me piaceva moltissimo.

Tutto questo movimentò subito la nostra vita, in principio, poi l'abitudine attenuò il divertimento, pure ci fu sempre caro ascoltare quelle note musicali che scandivano il tempo, le ore; ci ricordavano una vita che si svolgeva accando a noi, del tutto diversa dalla nostra eppure interessante, piena di animazione e di significato, e ci impediva di sentirci mai veramente soli, era proprio come avere sempre una gradevole compagnia!

In quanto all'epoca di costruzione del nostro "castello" francamente non saprei dire nulla di preciso; in verità credo che più che un vero castello questo edificio sia stato, in lontani tempi, piuttosto una fortezza militare a difesa della costa, contro gli assalitori, per la sua posizione che fronteggiava il mare; indubbiamente era stato restaurato e ricostruito più volte, conservando però, con la sua corona di merli che lo sovrastava, un aspetto inusuale e romantico...Inoltre la torre ad esso attaccata, grande, di colore oscuro e quasi minaccioso, di forma rotonda, con piccole finestre e tante feritoie quasi nascoste, in primavera, da verdi foglie e fiorellini, era certamente molto antica, forse del '500, chissà; pare che sotto il dominio dei Borboni fosse adibita a prigione di stato, ed in essa furono rinchiusi, di volta in volta, i patrioti rivoluzionari dei vari movimenti antiborbonici, fra i quali Eleonora Pimentel Fonseca, che, poveretta, vi risiedette vari mesi prima di essere giustiziata senza pietà.

Del tutto inoffensiva, ormai, la vecchia torre ancora resisteva nel tempo; nelle sue feritoie a centinaia avevano fatto il loro nido moltissimi piccioni, che svolazzavano spesso da una parte all'altra dell'edificio, e, quando a mezzogiorno tuonava nel cielo il colpo del cannone della fortezza di S.Elmo, là, sulla collina del Vomero, e le sirene delle grandi navi attraccate al porto suonavano tutte insieme per segnalare il mezzogiorno, tutta la tribù dei colombi volava in alto nel cielo, ed a stormi faceva numerosi giri intorno alla loro torre, quasi per salutarla e manifestare la loro gioia di vivere!


lunedì 22 marzo 2010

Memorie di vecchi tempi: vol.2°/2-mio padre

Di mio padre ho già parlato a lungo, precedentemente, in queste mie note, quindi ho ancora poco da aggiungere.
Anche se non alto, fisicamente era bello e aitante, la divisa da ufficiale dell'esercito gli stava d'incanto; conservò a lungo una figura elegante e marziale, ma la sua attrazione maggiore era concentrata nel viso, fresco, chiaro e giovanile, con grandi occhi nocciola dall'espressione dolce e penetrante, la sua bocca era piccola e ben disegnata, il sorriso aperto e direi, un pò fanciullesco, disarmante.

Egli incantava tutti, dai suoi soldati alle signore amiche della mamma, pochè istintivamente era portato alla simpatia universale della gente e del mondo; aveva vivissimo il senso della bellezza e della grazia, maniere gentili con tutti, anche con gli umili, e l'amore del prossimo lo circondò sempre, fino ai suoi ultimi giorni.

Con la sua pazienza, con la sua dolce arguzia egli rese felice la nostra fanciullezza; in seguito con i suoi consigli e con il suo entusiasmo per la vita ci incoraggiò nelle ore difficili, condividendo ogni nostra pena, godendo intensamente di ogni nostro successo ed essendo per noi, in ogni occasione, una sicura guida morale.

Fra noi figliole, Marcella fu sempre la sua prediletta, forse perchè la più piccola, forse perchè la più cagionevole in salute; egli soffriva nel vederla piangere, e quando questo accadeva, piuttosto spesso in verità, egli cercava in ogni modo di distrarla, con favolette, giochetti allegri o, addirittura prendendola in braccio, quando era proprio piccina, e Marcella ricambiava con grande tenerezza questa sua predilezione, che è stata sempre fortemente sentita durante gli anni.

Con Teresa e con me, le più grandi, aveva invece un grande rapporto di fiducia e, direi, di serietà, e noi, nel nostro cuore eravamo fiere e interamente appagate.

Da buon napoletano era anche un buongustaio, amava i piatti caratteristici della sua terra, e spesso si divertiva, potendo, ad insegnare a mamma qualche specialità appresa a sua volta dalla nonna o dalle sorelle maggiori, con qualche piccolo segreto... culinario che faceva risaltare maggiormente la bontà della vivanda!

Attivo, allegro, ottimista, aveva tuttavia un carattere fermo, e con l'esempio e con le parole seppe ispirarci i più alti sentimenti di equità, di altruismo e di coraggio morale che tanto ci hanno sorretto poi nella vita quotidiana.

E, soprattutto, e di questo lo ringrazierò sempre, egli aprì alla nostra sensibilità ed alla nostra immaginazione il mondo della musica i tutte le sue forme, dall'opera, delle quali, finchè fummo bambine, usava, un pò per giuoco ed un pò per farceli conoscere, canterellare i motivi più semplici e melodiosi, e, nello stesso tempo narrandoci la storia delle varie opere, oppure suonando sul suo flauto pezzi più o meno virtuosi, e non stancandosi mai, con l'esempio, e con il suo personale interessamento, di inculcarci l'amore per la musica come profonda elevazione dell'animo.


venerdì 19 marzo 2010

martedì 16 marzo 2010

Pasquetta



Non mi risulta mai facile la copia di foglie, rami, fiori ecc... Un'attività considerata essenziale per la formazione artistica di un tempo. La capacità infatti di rappresentare il paesaggio naturale, dipendeva dalla conoscenza della "struttura" intima della natura, dell'andamento dei rami nelle diverse specie arboree, delle foglie, dalla varietà dei colori. Se si leggono le pagine di Ruskin oppure di un qualsiasi manuale di disegno e pittura della fine ottocento, si rimane stupiti dalla ricchezza delle informazioni, dei suggerimenti, degli esercizi proposti. Doveva proprio essere una grande fatica. 
Solo dopo aver fatto questo ramoscello d'ulivo, ho pensato di deporre i pennelli e dedicarmi ad altro.

sabato 13 marzo 2010

Adesso mi diverto


Questo è un omaggio al caffè, e un piccolo divertimento digitale da uno schizzo (poco riuscito) sul mio moleskine

venerdì 5 marzo 2010

lunedì 22 febbraio 2010

Sentieri - tecniche a confronto

                                                                                                                                                                


       tempera su cartone 
15 X 33 cm
    
                                                                                                                                                                                                                                                 
acquarello
19 X43 cm 

 riveduto e corretto

Cosa c'è sotto?

Se c'è una cosa che mi affascina nell'acquarello è proprio l'estrema versatilità e spregiudicatezza del mezzo. Pur avendo sperimentato l'acquarello fondato esclusivamente sul gioco di colore ed acqua , rigorosamente senza disegno , io ho orientato prevalentemente la mia attività verso un acquarello applicato ad una base disegnata.
Il disegno rappresenta per me almeno il 50 % del tempo necessario ad eseguire un lavoro. Sarà perchè a me piace disegnare, o forse perchè, attraverso il disegno, ritengo di poter acquisire una tencnica che mi consentirà nel futuro di fare a meno della matita, o ancora, perchè in me è più forte lo stimolo allo "studio" piuttosto che quello alla spontanea "creazione", o per le tre cose insieme, sta di fatto che in ogni mio acquarello mi sforzo di costruire un disegno prima di usare pennello e colori.
E allora vi vorrei mostrare un esempio, un "work in progress", la base disegnata di un prossimo acquarello.










2012


eccolo l'acquerello realizzato:


Memorie di vecchi tempi: Volume secondo /1-Mia madre

Volume secondo
Napoli 1926 - 1930


Prima di iniziare il capitolo sulla nostra vita a Napoli, voglio completare il ritratto dei miei cari, così come erano in quell'epoca , cioè nel 1926. Delle mie sorelle ho già parlato a lungo, prima, ancora ne parlerò in seguito, ma per quello che riguarda mia madre e mio padre ne ho soltanto accennato occasionalmente nelle mie note trascorse.

E questo per una mia certa naturale ritrosia, come se descriverli comportasse, da parte mia, una certa mancanza di rispetto per la loro condizione di genitori.
Ma superato questo sentimento, per la grande tenerezza che ho sempre provato per essi, allora ed ancora oggi, credo di poterlo fare, e con tutta sincerità ed amore.

Mia madre aveva una bella figura, alta e forte, ed era grande in tutto: dalla bella voce sonora e potente alle bellissime mani, degne di essere ritratte da qualche celebre pittore: dalle nivee braccia, che nelle serate di gala all'opera, come era in uso in quegli anni anche per le signore "per bene", erano completamente scoperte, alle belle spalle che uscivano dal velluto e dai merletti dell'abito da sera, e che strappavano a noi gridolini di gioia e di piacevole sorpresa, abituate come eravamo a vederle sempre accuratamente coperte, anche d'estate.
Aveva tanti bei capelli castano scuro, lunghissimi, lucenti e così folti che quando si pettinava,Marcella ed io, ci divertivamo a nasconderci dietro di essi. I suoi linemaneti non erano belli nel senso classico della parola, ma espressivi ed interessanti; gli occhi erano nerissimi, vivi e brillanti ed assumevano, nei dolci momenti di tenerezza, uno sguardo affettuosissimo; il naso, un pò grande, era stretto alla base e del tutto banale, ma la bocca piena, grande ed affettuosa, sapeva sorridere in modo affascinante.
Il suo carattere era forte, anch'esso, ed energico, con inusitate tenerezze che commuovevano e conquistavano tutti; anche se severa e rigorosa nell'esigere che ognuno adempisse al proprio dovere, sapeva colmare questa severità imperiosa con una comprensione amorosa, quando necessario, con l'interessamento affettuoso e continuo che aveva per noi tutti, con la sua integrità morale che risplendeva nelle sue parole, nel suo modo di vivere, nel suo comportamento quotidiano.
Per questo era amata da tutti; i suoi parenti, le sue amiche, ognuno che ne avesse bisogno, ricorreva a lei, per consigli, per aiuto morale, per goderne l'amicizia e l'affetto, che largamente e generosamente dispensava; fedele fino in fondo a sè stessa ed a coloro che amava, incapace di rancori meschini o di invidie.

Mio padre e noi ne subivamo il fascino in pieno e ci riusciva molto difficile resistere alla sua volontà, sempre guidata, d'altronde, da altruismo e da amore; nello stesso tempo sentivamo di costituire per lei tutto il suo mondo, il suo universo, e capivamo che avrebbe ustata tutta la sua viva intelligenza e tutta la sua forza d'animo per difenderci da qualsiasi pericolo o dolore.

Le sue parole erano sempre sagge ed improntate a vivo senso di giustizia; perfino con gli animali era grande e benevola: "Noi siamo il dio degli animali", soleva ripetere spesso, e personalemtne si interessava che le sue bestiole, fossero gatti o galline, avessere il loro cibo e fossero curate e rispettate.
La stessa benevolenza dimostrava per l'attendente e per la domestica, beninteso quando facevano il loro dovere con attenzione e sollecitudine; altrimenti il suo sdegno prorompeva ed allora... guai al malcapitato!

E nonostante che il governo della casa e della famiglia prendesse buona parte del suo tempo, mia madre si interessava volentieri di tutto: leggeva regolarmente i giornali, per esempio, per cui seguiva con attenzione i movimenti politici del tempo, ed era edotta dei vari avvenimenti e personaggi dell'epoca, dei quali parlava spesso con mio padre, per avere da lui maggiori spiegazioni e pareri; ella amava la lettura, in genere, e leggeva spesso romanzi del tempo, che erano quelli delle signore romantiche dell'ottocento, e cioè Carolina Invernizio, della Serao, sua scrittrice preferita, oppure Ferdinando Verdinois, scrittori discutibili quanto si vuole ma che rappresentavano il meglio della letteratura amena dell'epoca, senza parlare dei "Romanzi Quattrini", che si compravano a dispense dal giornalaio e che mamma conservò gelosamente per molti anni, in ricordo forse della sua giovinezza. Scriveva poi moltissimo alle sue amiche lontane, di Lecce, di Brindisi e di Mesagne, con vero talento, si vede, poichè la sua corrispondenza era molto apprezzata dalla medesime. Mi capitò a volte di leggere qualche cartolina postale oppure illustrata, di auguri o di saluti, e mi colpiva sempre la grazia e lo spirito di amicizia che le animavano!

Poi c'era la musica, che l'entusiasmava sempre, dall'opera lirica ai semplici pezzi per piano suonati da noi, dal "Pastore svizzero" al "Canto del cigno", di Saint.Saens, suonato con maestria da babbo sul suo flauto e via, via, alle romanze da salotto cantate dalle sue amiche ( ricordo un "Libro santo" ed un " Se tu m'amassi", fra le più conosciute del tempo) ai brani sinfonici trasmessi dalla radio, quando, nel 1927 incominciò a diffondersi questo nuovissimo, strabiliante mezzo musicale!


Se si pensa che dalla sua famiglia, anche se fra le prime di Mesagne, aveva ricevuto una istruzione piuttosto limitata, poichè nessuna delle figliole femmine, ed erano ben sette, era andata alla scuola comunale, tranne che nei primissimi anni; invece un giovane maestro, il cosiddetto precettore, andava in casa tutti i giorni per istruirle in altre varie nozioni e perfezionarle nella scrittura e nel far bene di  conto, e perfino in qualche lezione di pianoforte, delle quali però mamma non approfittò affatto!


I ragazzi invece, Federico e Felice, erano interni in uno dei primi collegi di Lecce; a questo punto bisogna riconoscere che l'intelligenza, l'acume e la buona volontà di mia madre furono veramente amirevoli; delle sue sorelle soltanto una era simile a lei, la zia Matilde, anch'essa appassionata di letteratura e di musica, tanto da mettere anche lei in collegio, uno dei migliori di Napoli, la sua unica figliola, mia cugina Mercedes, dove, oltre a ricevere una notevole cultura (leggeva e parlava correntemente il francese) potè perfezionarsi così bene nello studio del pianoforte da diplomarsi molto brillantemente con il professore e pianista celebre Florestano Rossomandi, che riuscì a farle dare una impronta raffinatissima alle sue esecuzioni: in Debussy, in particolare, era veramente incantevole e tutti noi ne eravamo affascinati.


Le altre sorelle, Nina, la più grande di loro, Claudia, Margherita (Anna e Amalia non superarono la fanciullezza, con grande dolore del nonno) conservarono la media istruzione che avevano ricevuto, perfezionandosi di più nel ricamo, sempre difficili e raffinati, nei lavori complicatissimi all'uncinetto ed in tutte le mansioni di donne e future padrone di casa, allora considerate importantissime.


I due fratelli, invece, si laurearono ambedue in giurisprudenza; di carattere completamente diverso, ma intelligentissimi entrambi, vissero una vita diametralmente opposta: federico a Mesagne, tranquillo, filosofo, amante della campagna e del quieto vivere, amministrò le sue proprietà con molta comodità e con una nonchalance del gran signore terriero; liberale, dalla parola facile ed arguta, si circondò di amici fedeli e, a tempo perso, esercitò anche la professione di avvocato.
Felice, al contrario, di temperamento vivacissimo, irrequieto, volitivo, appena laureato si iscrisse al partito politico che, secondo lui, avrebbe sollevato l'Italia dall'inerzia e dal disordine, e, con la sua pronta intelligenza, fece una rapidissima carriera politica, sempre apprezzato per la sua probità e il suo entusiasmo. Non tralasciò per questo di amministrare brillantemente le sue tenute agricole, ereditate dal padre come agli altri figli, e dedicò coscienziosamente, appena gli era possibile, il suo tempo libero alla sua famiglia che, nel frattempo, si era creata.


Questa era dunque la famiglia di origine di mamma, alla quale fu sempre attaccatissima, ed a sua volta da essa molto amata e rispettata, per il suo animo generoso, il suo buon senso, la sua viva intelligenza, per cui spesso si rivolgevano a lei per dirimere problemi o varie difficoltà da risolvere; dovendo  compendiare il una parola la mia impressione su mia madre, credo che adopererei la parola latina "domina", perchè erra era veramente la "domina" della famiglia tutta e della casa, esempio vivente di affettuosità, di senso del dovere, di fedeltà, di amore.


A questo punto di queste mie note su mia madre mi accorgo di aver mancato di ricordare tanti e tanti particolari caratteristici di lei, particolari che ricordo con grande tenerezza, e che dovrebbero occupare essi stessi una parte ben maggiore delle mie memorie, e che aggiungerebbero umanità e verità a questo ritratto.


Per esempio: il suo modo di esprimersi; in famiglia lo faceva quasi sempre nel suo beneamato dialetto mesagnese; in società, o, comunque con estranei, invece, nel più perfetto italiano, con una verve ed un così arguto argomentare che affascinava e divertiva nello stesso tempo.
La sua voce ampia, e piena delle più varie inflessioni risuonava simpaticamente nei salotti delle sue amiche, attirando sempre simpatia ed attenzione; e questo era certo fra le più valide ragioni per cui la presenza era tanto desiderata, e dovunque era accolta con grande piacere e soddisfazione.

Anche noi, a casa, godevamo tantissimo di questo suo, diciamo così, talento oratorio; la conversazione fra noi non languiva mai, e la sera, specialmente dopo cena, usavamo raccoglierci intorno a lei, pregendola di raccontarci qualche episodio della sua vita giovanile, anche riguardo alla sua numerosissima famiglia, dove sempre vari avvenimenti si susseguivano giornalmente, lieti o tristi, ma sempre vivaci; passavano davanti ai nostri occhi squarci di quella antica vita sociale e familiare dell'ottocento (mia madre era nata nel 1879) con le sue rigide regole, la severità paterna inflessibile, che i numerosi figlioli e nipoti cercavano in tutti i modi di aggirare, dando luogo a vari piccanti ed esilaranti fatterelli: Poi gli episodi comici della vita paesana, dei quali si facevano eco le varie persone che frequentavano la casa, le vecchie amiche della nonna, oppure i "famigli", così detti, servitù, rispettosissimi contadini, la vecchia Rosina, che mamma ricordava da sempre, alla quale era ancora affezionatissima, il cocchiere Angelo, fedele ad oltranza sia al nonno che a tutta la famiglia, l'anziana signora Scalcione, puntualissima, ogni pomeriggio nella sua visita alla cara "Donna Minerva", che era la nonna, e tanti, tanti altri personaggi familiari.

Restano nella mia memoria e ritornano spesso, con lietezza soffusa di nostalgia, i vocaboli più usati da lei nel suo linguaggio giornaliero, così espressivo ed originale: "vabbandi" (va via), "la jatta" (la gatta), "li jaddine" (le galline),"l'attani" (il padre), ecc...
oppure vecchi proverbi paesani: "Si gennaro no scennaresce, febbraro male pensa", o "li guai della pignata le sepe la cucchiara", ecc...




venerdì 5 febbraio 2010

Vacanze a Celle Ligure


Tutta la mia vita è ruotata attorno a cinque città. 
Casale Monferrato, dove sono nato e ho vissto l'infanzia e la giovinezza,   Milano  -che mi ha adottato  - dove ho frequentato le scuole medie superiori e  l'università, ed è stata la mia sede di lavoro per 25 anni; ai primi anni di lavoro è legata invece Pavia,  Carate Brianza dove vivo da   ormai 26 anni ,  dove mi sono sposato e dove sono nati i miei figli e infine...Celle Ligure, che da trent'anni è il luogo dove  trascorro molte liete vacanze estive in famiglia.



              
                                                         

























BENVENUTO THEO, MIO NUOVO SOSTENITORE!







mercoledì 3 febbraio 2010

Applausi, prego


Ho appena sfornato questa torta salata e ho deciso di postarla, in fondo fa parte della categoria  "...ma non solo". E' vero, nulla a che vedere con i superbi blog di ricette che osservo quotidianamente! Però questa è una torta particolare perchè oltre agli spinaci e la ricotta, ho aggiunto mezza confezione di mascarpone! Per me è stata una scoperta , anche se magari è cosa risaputa. Comunque il mascarpone, che io non oso in generale nemmeno nominare, qui ci sta d'un bene! rende l'impasto di una morbidezza incredibile, sembra persino più "leggero", si fa per dire...
Scusate la divagazione, ma sono veramente soddisfatto di questa torta salata, e ora posso andare in palestra, felice.
Buona serata a tutti!

mercoledì 27 gennaio 2010

Memorie di vecchi tempi: 19-L'albergo Cappello

Quando giunse la grande notizia del nostro trasferimento per Napoli, notizia attesa e desiderata fino allo spasimo dai miei genitori, la gioia di mamma, specialmente, fu indescrivibile; ella vedeva terminare finalmente quella specie di esilio che era stato per lei il soggiorno a Bologna, ed avvicinarsi il momento nel quale sarebbe ritornata nel suo bel Sud.


Infatti, sebbene fosse di origine pugliese, aveva pure vissuto a Napoli per qualche anno, appena sposata, e là era nata Teresa, la sua prediletta primogenita, e poi io; questo era bastato perchè conoscesse bene la città e se ne innamorasse con tutta l'anima. Con grande entusiasmo ci descriveva la sua bellezza, il suo clima dolce, il suo bel mare azzurrissimo, via Caracciolo, il Vomero, tutte notizie che noi ascoltavamo piuttosto tiepidamente, proprio per compiacerla, come se la cosa non ci riguardasse.


Invece, anche mio padre era felicissimo, sebbene esternasse con più moderazione la sua soddisfazione, pure la sua fisionomia schietta ed espressiva rivelava la gioia del suo cuore; egli aveva a Napoli ed a Frattamaggiore, dove era nato, molti parenti ed in modo particolare le sue sorelle, quindi nostre zie, Maria Grazia, Nicoletta ed Amalia, che in verità non conoscevamo affatto, ma alle quali egli era profondamente affezionato, e, naturalmente, non vedeva l'ora, anche lui, di riabbracciarle.

A noi bambine, invece, dispiaceva abbastanza l'idea di lasciare Bologna, per me almeno era così; dopo il primo impatto mi ero bene ambientata, a scuola le compagne, la maestra di quarta, "signora caposcuola"come la chiamavamo, mi erano diventate familiari e mi sentivo da esse apprezzata; c'erano poi gli zii, zio Ottavio e zia Margherita, i cuginetti Giovanni e Roul, ed i nostri cari amici Landolfi, Laureati, la cara signorina Venturi col piccolo Gianni ed altre affettuose conoscenze.


E poi la città, con la sua signorile bellezza, la sua atmosfera fatta di calma e gentilezza, la sua gente cordiale ed aperta mi aveva completamente conquistata, ma dovetti rassegnarmi, sperando timidamente che forse anche a Napoli mi sarei trovata bene.

Intanto dovevamo finire l'anno scolastico: Teresa frequentava il primo anno dell'istituto magistrale, io la quarta elementare e Marcella la seconda classe; non potevamo  certo interrompere le lezioni con il rischio di perdere l'anno. Scadeva anche il contratto capestro dell'ineffabile signor conte  Sassòli Tomba, nostro padrone di casa, per cui o dovevamo rinnovarlo per un altro anno (pagamento anticipato) oppure dovevamo andarcene.

Il problema fu risolto imballando tutti i nostri mobili ed ogni altra cosa, compreso il nostro caro piccolo pianoforte viennese, depositandoli in un magazzino, mentre babbo avrebbe iniziato il suo lavoro a Napoli, dove premevano che prendesse servizio,e, lasciando libera la casa, trascorrere in albergo  i restanti due mesi, fino alla nostra partenza per Napoli.


Come temporanea residenza ci fu indicato un antico e caratteristico albergo, che, pur non essendo lussuoso, era però molto confortevole. Si chiamava "Albergo Cappello", in via dell'Orologio, se ricordo bene. C'era anche annesso un buon ristorante, ma noi non vi andammo mai, preferendo prendere i pasti in camera, una camera grande come un salone, arredata con mobili un po' vecchiotti dall'aria familiare e simpatica; due o tre finestre davano sulla strada e la rendevano molto luminosa, e davanti ad una di queste finestre c'era un bel tavolo antico, sul quale mangiavamo, e, dopo la scuola facevamo i nostri compiti.


Furono due mesi incantevoli: il gran freddo ormai era lontano, la primavera trionfava ovunque; il fatto originale e nuovo di vivere in albergo, con tanto di cameriere e camerieri ci rendeva allegre ed euforiche. Avevamo poi fatto amicizia con le figliuole del proprietario dell'albergo, affettuose e carine, e questo ci permetteva di scorazzare un pò dappertutto, dalla stireria candida e luminosa al grande terrazzo dell'ultimo piano, che dava direttamente sui tetti, cosa che ci incantò, perchè non avevamo mai visto i tetti da così vicino, bastava scavalcare la ringhiera di ferro del parapetto per poter passeggiare sulle tegole rosse, come facevano i gatti del vicinato, ma che noi, naturalmente ci guardavamo bene dal fare.


La compagnia delle due nuove amiche era simpaticissima; più grandi di età, penso abbiano avuto dai sedici ai diciassette anni, amavano moltissimo chiaccherare  insieme con noi, di scuola o di altro, magari sfaccendando, oppure ammirando verso il tramonto il panorama estesissimo della città, che si offriva alla vista dal grande terrazzo, dove in genere, c'era un gran sventolio di biancheria candida dell'albergo distesa ad asciugare.


Anche a me piaceva tanto guardare quella immensa distesa di tetti sovrastati dalle varie cupole delle chiese, e dall'immancabile torre degli Asinelli svettante in mezzo a lieti voli di rondini.


Ed ora un grazioso particolare; avevano queste giovinette un bellissimo gatto soriano ed un allegro cagnolino nero, i quali erano incredibilmente amici tra di loro, ed il nostro grande divertimento era vederli giuocare insieme contanta vivacità ed anche con tanta grazia! Una volta, per mostrarci l'affetto che univa le due bestiole, una delle ragazze rinchiuse il cane in uno stanzino, e bisognava vedere con quale impegno l'amico gatto cercava, con salti acrobatici, di smuovere la maniglia della porta per liberare il cagnolino che uggiolava pietosamente! ed il bello fu che fra tutti e due riuscirono ad abbassarla, quella benedetta maniglia, almeno quel tanto che permise al prigioniero di uscire, ed allora le grandi feste che si fecero furono proprio commoventi!


Un altro buon ricordo ci lasciò l'ottima cucina bolognese, che avemmo modo di apprezzare pranzando ogni giorno alla carta della cucina dell'albergo; la piccola Marcella, la nostra sorellina minore era impazzita per i tortellini, e spesso faceva i capricci per averli, tanto che il cameriere che ci seviva il pranzo in camera, sempre lo stesso, scherzando la chiamava "la signorina tortellini"


Se si aggiunge a tutto questo il buon umore di mamma per la prossima partenza, i simpatici pomeriggi presso la cara signorina Venturi, le vacanze estive che si avvicinavano, ed anche, perchè no? infine il viaggio fino a Napoli e la nuova vita che ci aspettava, dipintaci a tinte rosee, si comprenderà come la vita non poteva apparirci più radiosa e spensierata di quanto si potesse desiderare!


Partenza


Giunse infine il giorno della partenza per la nuova destinazione: Napoli!  Chiuse ormai le scuole, noi tre tutte debitamente promosse, venne il gran giorno. Ricordo vagamente un mare di valigie, tante locomotive sbuffanti un denso fumo nero e così rumorose che ci frastornavano, un pò di angoscia interiore che non voleva lasciarmi.
Per fortuna mio padre, che non perdeva mai la calma, ci pilotò in tutta quella confusione verso il nostro treno, e ci sistemò in uno scompartimento che ci sembrò bellissimo, tutto vuoto e tutto per noi, cosa che ci rese felici e soddisfatte.


lunedì 25 gennaio 2010

Inaugurazione della mostra personale alla Taverna degli Artisti

Ecco alcune fotografie della bella serata di inaugurazione della mostra. Ringrazio tutti i presenti per l'affettuosa partecipazione!













 
Brindisi con Ettore Maiotti e Luisella Lissoni,  i miei Maestri della Bottega delle Arti di Milano


 
Un grazie particolare a Carla Colombo, bravissima pittrice della nostra terra




mercoledì 20 gennaio 2010

domenica 17 gennaio 2010

Memorie di vecchi tempi: -18

Voglio ora parlare un po' delle nostre insegnanti di pianoforte avute a Bologna, ben tre in due anni, che coscienziosamente continuarono a guidarci nello studio della musica, considerato, nella nostra famiglia, sempre, un fatto di primaria importanza.


La nostra prima insegnante fu la signorina Zarri, cognome assai diffuso a Bologna, non tanto giovane ma molto distinta, che era anche la maestra, in prima elementare, della mia sorellina Marcella. Suppongo che questa fu una delle ragioni per cui divenimmo sue allieve, oltre alla sua conosciuta abilità di insegnante ed alla sua serietà. Tanto che mia madre si piegò al fatto che fossimo noi a recarci a casa sua per prendere le lezioni, e non il contrario, come usava allora nelle famiglie abbienti.


La signorina Zarri aveva una fisionomia intelligente ed acuta, ma un'espressione in generale piuttosto rigida e aguzza. La rivedo ancora, nel suo grande e luminoso soggiorno, seduta magra ed impettita accanto al pianoforte, tanti capelli gonfi e un po' crespi, di uno spento biondo cenere, il volto senza sorriso. Non troppo amabile, quindi, e con i suoi modi piutttosto autoritari e puntigliosi, si alienò subito le simpatie di Teresa, che vivace ed orgogliosa come era, mal sopportava di essere trattata con una certa durezza. Fra l'altro ella non studiava volentieri il piano, mentre a scuola era una brillante allieva, e probabilmente questo non le consentiva quei progressi che la sig.na Zarri esigeva; di qui i piccoli scontri che condussero Teresa all'aperta ribellione, tanto che a un certo punto, fra singhiozzi e lacrimoni, chiese ai nostri genitori di cambiarle insegnante, oppure, anche, di smettere di studiare il piano.
Al che, pur di vederla contenta, e, credo, riconoscendo in lei una personalità ed una sensibilità molto profonda, come infatti era, i miei decisero di trovare, per lei sola, un'altra insegnante.


Così, mentre Marcella ed io continuavamo per il momento ad andare dalla Zarri, entrò nella nostra vita la seconda "signorina del pianoforte" come chiamavamo le nostre insegnanti di piano e cioè la signorina Melideo, figliuola di un colonnello che babbo aveva conosciuto in ufficio.


Ella si era diplomata da poco, ed era perciò giovanissima, graziosa ed amabile, proprio una bella ragazza, ed anche disinvolta, nella sua semplicità; prese subito a benvolere la nostra Teresa, adottando in lei un fare amichevole e comprensivo che la conquistò completamente, tanto che incominciò a studiare con molto più impegno ed a fare notevoli progressi, con grnade soddisfazione di mamma e di mio padre, ai quali non sembrava vero vederla applicarsi senza protestare a questo studio; da ciò grande simpatia di tutta la famiglia per la nuova insegnante, così brava, bella e gentile.


Comunque il destino della sig.na Zarri era segnato, e l'anno seguente anche noi piccole cambiammo insegnante, per un'altra molto più amabile signorina, la Venturi, in casa della quale ci recavamo con molto piacere, primo perchè era proprio simpatica, secondo perchè aveva un piccolo ed allegro nipotino, Gianni, con il quale, finita la lezione individuale giuocavamo molto volentieri; inoltre egli possedeva, oltre a tanti bei libri per ragazzi, la collezione intera, rilegata, di tutti i numeri del "Corriere dei piccoli", e cioè del più affascinante giornaletto per bambini del tempo, che leggevamo con entusiasmo ogni settimana, quando usciva dal giornalaio, ed era davvero molto grazioso ed interessante; quei vecchi numeri del giornalino acquistavano perciò ai nostri occhi un fascino straordinario, e quasi bisticciavamo per leggerli. Già chi non ricorda ancora di quanti allora era bambino, i simpatici personaggi di Cirillino, del sig Bonaventura con il suo milione, di Arcibaldo e Petronilla e di tante caratteristiche creature sorte dalla penna e dall'intelligenza di scrittori e umoristi famosi come Sergio Tofano, Carola Prosperi e tanti altri?


Rammento con grande chiarezza e anche nostalgia i felici pomeriggi trascorsi là, in quella casa così raccolta e familiare, un po' vecchiotta, forse, ma tanto simpatica, leggendo tranquillamente  i vecchi giornalini, o giuocando a carte con il piccolo Gianni, mentre dalle finestre aperte entrava dolcissimo il profumo delle rose e dei fiori del giardino sottostante!
E quando fummo trasferiti a Napoli, ed il piano con gli altri mobili fu imballato e rinchiuso in un magazzino, andammo addirittura a studiare da lei, la sig.na Venturi, poichè si era ai primi di maggio e la partenza non poteva avvenire prima della fine di giugno; ecco perchè il ricordo di questa nostra insegnante è uno dei più dolci e belli della mia infanzia.


Qualche altra piccola nota sulla nostra vita quotidiana bolognese: la nostra piccola giovane domestica, Dora, nome che udii allora per la prima volta e che mi piacque; fu molto apprezzata da noi, quasi quanto Cosimina, perchè era gentile e docile. Come tutte le ragazze bolognesi, sapeva tirare la sfoglia di pasta all'uovo in modo prodigioso, e la tagliava anche con rapidità vertiginosa, tanto che una volta sbagliò la mira e si fece con il coltello un grosso taglio alle dita; ricordo ancora il suo grazioso visetto coperto di lacrime, mentre si teneva la mano tutta insanguinata.
Per fortuna babbo, bravo in tutto, anche a medicare le ferite, le fece una buona disinfezione ed un'ottima fasciatura, in modo che in pochissimi giorni potè guarire perfettamente.


Andavamo anche al cinema, qualche volta, ne ricordo due in particolare, perchè vicini a casa: il "Bios", nome mai più incontrato nella mia vita, ed il "Fulgor", ambedue cinema di periferia ma tranquilli nella loro modestia. In genere ci conducevano a veder film comici o di avventure, i più adatti alla nostra età.


Ricordo, fra gli attori comici il più famoso e cioè Ridolini, alto magro, dalla mimica straordinaria; poi Max Linder, il mio preferito perchè era giovane, elegante, quasi sempre in abito da sera; poi Fat Fatty, grasso e vispo, ne combinava sempre delle belle, Buster Keaton, ai suoi esordi ma già molto conosciuto, Harold Loyd, giovanissimo, timido ed impacciato, con grandi occhiali cerchiati di scuro; ci divertivamo tutti in modo straordinario, e noi eravamo contente e felici quando potevamo andare a vedere i loro film. Alcuni titoli mi sono ancora rimasti impressi nella memoria, specialmente quelli di avventura, come " Viaggio nell'impossibile", oppure, indimenticabile, "L'uomo della foresta", con la principessa Issè, al quale, senondo me, i successivi vari Tarzan si sono ispirati; altro bel film, anche se di altro genere, fu il "Sigfrido", tratto evidentemente dalle leggende nordiche alle quali pure si ispirò Wagner nelle sue opere, e dove un drago immenso e feroce impressionava tutti i bambini.

venerdì 15 gennaio 2010

Grandi Maestri dell'acquarello: Mario Calandri (1914-1993)

Frequentando la Bottega delle Arti di Milano, dei miei maestri Ettore e Luisella, mi soffermo ogni tanto a consultare testi e monografie artistiche nella loro fornitissima biblioteca d'arte. E' così che ho scoperto Mario Calandri, che qui presento e includo tra i grandi maestri dell'acquarello.
In realta Calandri  è considerato uno dei massimi incisori del XX secolo e grande grafico. Mi pare quindi che la sua attività acquerellistica sia poco conosciuta, nonostante la grande maestria e l'originalità delle sue nature morte.

Mario Calandri si formò presso il Liceo artistico di Firenze e di Torino e
nel 1932 frequentò l' Accademia Albertina di Belle Arti.
Dopo i primi esordi come pittore (espose a Roma e a Venezia) ,nel 1940 partecipò per la prima volta alla Biennale.
Nel dopoguerra Calandri diventò assistente di Marcello Boglione, titolare della Cattedra di tecniche dell'Incisione presso cui succedette all'Accademia Albertina di Torino come incaricato nel 1957, dove insegnò fino al 1977.

Purtroppo non ho trovato ancora importanti lavori critici su di lui, se non le poche notizie, qui riportate, da Wikipedia.













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