mercoledì 27 gennaio 2010

Memorie di vecchi tempi: 19-L'albergo Cappello

Quando giunse la grande notizia del nostro trasferimento per Napoli, notizia attesa e desiderata fino allo spasimo dai miei genitori, la gioia di mamma, specialmente, fu indescrivibile; ella vedeva terminare finalmente quella specie di esilio che era stato per lei il soggiorno a Bologna, ed avvicinarsi il momento nel quale sarebbe ritornata nel suo bel Sud.


Infatti, sebbene fosse di origine pugliese, aveva pure vissuto a Napoli per qualche anno, appena sposata, e là era nata Teresa, la sua prediletta primogenita, e poi io; questo era bastato perchè conoscesse bene la città e se ne innamorasse con tutta l'anima. Con grande entusiasmo ci descriveva la sua bellezza, il suo clima dolce, il suo bel mare azzurrissimo, via Caracciolo, il Vomero, tutte notizie che noi ascoltavamo piuttosto tiepidamente, proprio per compiacerla, come se la cosa non ci riguardasse.


Invece, anche mio padre era felicissimo, sebbene esternasse con più moderazione la sua soddisfazione, pure la sua fisionomia schietta ed espressiva rivelava la gioia del suo cuore; egli aveva a Napoli ed a Frattamaggiore, dove era nato, molti parenti ed in modo particolare le sue sorelle, quindi nostre zie, Maria Grazia, Nicoletta ed Amalia, che in verità non conoscevamo affatto, ma alle quali egli era profondamente affezionato, e, naturalmente, non vedeva l'ora, anche lui, di riabbracciarle.

A noi bambine, invece, dispiaceva abbastanza l'idea di lasciare Bologna, per me almeno era così; dopo il primo impatto mi ero bene ambientata, a scuola le compagne, la maestra di quarta, "signora caposcuola"come la chiamavamo, mi erano diventate familiari e mi sentivo da esse apprezzata; c'erano poi gli zii, zio Ottavio e zia Margherita, i cuginetti Giovanni e Roul, ed i nostri cari amici Landolfi, Laureati, la cara signorina Venturi col piccolo Gianni ed altre affettuose conoscenze.


E poi la città, con la sua signorile bellezza, la sua atmosfera fatta di calma e gentilezza, la sua gente cordiale ed aperta mi aveva completamente conquistata, ma dovetti rassegnarmi, sperando timidamente che forse anche a Napoli mi sarei trovata bene.

Intanto dovevamo finire l'anno scolastico: Teresa frequentava il primo anno dell'istituto magistrale, io la quarta elementare e Marcella la seconda classe; non potevamo  certo interrompere le lezioni con il rischio di perdere l'anno. Scadeva anche il contratto capestro dell'ineffabile signor conte  Sassòli Tomba, nostro padrone di casa, per cui o dovevamo rinnovarlo per un altro anno (pagamento anticipato) oppure dovevamo andarcene.

Il problema fu risolto imballando tutti i nostri mobili ed ogni altra cosa, compreso il nostro caro piccolo pianoforte viennese, depositandoli in un magazzino, mentre babbo avrebbe iniziato il suo lavoro a Napoli, dove premevano che prendesse servizio,e, lasciando libera la casa, trascorrere in albergo  i restanti due mesi, fino alla nostra partenza per Napoli.


Come temporanea residenza ci fu indicato un antico e caratteristico albergo, che, pur non essendo lussuoso, era però molto confortevole. Si chiamava "Albergo Cappello", in via dell'Orologio, se ricordo bene. C'era anche annesso un buon ristorante, ma noi non vi andammo mai, preferendo prendere i pasti in camera, una camera grande come un salone, arredata con mobili un po' vecchiotti dall'aria familiare e simpatica; due o tre finestre davano sulla strada e la rendevano molto luminosa, e davanti ad una di queste finestre c'era un bel tavolo antico, sul quale mangiavamo, e, dopo la scuola facevamo i nostri compiti.


Furono due mesi incantevoli: il gran freddo ormai era lontano, la primavera trionfava ovunque; il fatto originale e nuovo di vivere in albergo, con tanto di cameriere e camerieri ci rendeva allegre ed euforiche. Avevamo poi fatto amicizia con le figliuole del proprietario dell'albergo, affettuose e carine, e questo ci permetteva di scorazzare un pò dappertutto, dalla stireria candida e luminosa al grande terrazzo dell'ultimo piano, che dava direttamente sui tetti, cosa che ci incantò, perchè non avevamo mai visto i tetti da così vicino, bastava scavalcare la ringhiera di ferro del parapetto per poter passeggiare sulle tegole rosse, come facevano i gatti del vicinato, ma che noi, naturalmente ci guardavamo bene dal fare.


La compagnia delle due nuove amiche era simpaticissima; più grandi di età, penso abbiano avuto dai sedici ai diciassette anni, amavano moltissimo chiaccherare  insieme con noi, di scuola o di altro, magari sfaccendando, oppure ammirando verso il tramonto il panorama estesissimo della città, che si offriva alla vista dal grande terrazzo, dove in genere, c'era un gran sventolio di biancheria candida dell'albergo distesa ad asciugare.


Anche a me piaceva tanto guardare quella immensa distesa di tetti sovrastati dalle varie cupole delle chiese, e dall'immancabile torre degli Asinelli svettante in mezzo a lieti voli di rondini.


Ed ora un grazioso particolare; avevano queste giovinette un bellissimo gatto soriano ed un allegro cagnolino nero, i quali erano incredibilmente amici tra di loro, ed il nostro grande divertimento era vederli giuocare insieme contanta vivacità ed anche con tanta grazia! Una volta, per mostrarci l'affetto che univa le due bestiole, una delle ragazze rinchiuse il cane in uno stanzino, e bisognava vedere con quale impegno l'amico gatto cercava, con salti acrobatici, di smuovere la maniglia della porta per liberare il cagnolino che uggiolava pietosamente! ed il bello fu che fra tutti e due riuscirono ad abbassarla, quella benedetta maniglia, almeno quel tanto che permise al prigioniero di uscire, ed allora le grandi feste che si fecero furono proprio commoventi!


Un altro buon ricordo ci lasciò l'ottima cucina bolognese, che avemmo modo di apprezzare pranzando ogni giorno alla carta della cucina dell'albergo; la piccola Marcella, la nostra sorellina minore era impazzita per i tortellini, e spesso faceva i capricci per averli, tanto che il cameriere che ci seviva il pranzo in camera, sempre lo stesso, scherzando la chiamava "la signorina tortellini"


Se si aggiunge a tutto questo il buon umore di mamma per la prossima partenza, i simpatici pomeriggi presso la cara signorina Venturi, le vacanze estive che si avvicinavano, ed anche, perchè no? infine il viaggio fino a Napoli e la nuova vita che ci aspettava, dipintaci a tinte rosee, si comprenderà come la vita non poteva apparirci più radiosa e spensierata di quanto si potesse desiderare!


Partenza


Giunse infine il giorno della partenza per la nuova destinazione: Napoli!  Chiuse ormai le scuole, noi tre tutte debitamente promosse, venne il gran giorno. Ricordo vagamente un mare di valigie, tante locomotive sbuffanti un denso fumo nero e così rumorose che ci frastornavano, un pò di angoscia interiore che non voleva lasciarmi.
Per fortuna mio padre, che non perdeva mai la calma, ci pilotò in tutta quella confusione verso il nostro treno, e ci sistemò in uno scompartimento che ci sembrò bellissimo, tutto vuoto e tutto per noi, cosa che ci rese felici e soddisfatte.


lunedì 25 gennaio 2010

Inaugurazione della mostra personale alla Taverna degli Artisti

Ecco alcune fotografie della bella serata di inaugurazione della mostra. Ringrazio tutti i presenti per l'affettuosa partecipazione!













 
Brindisi con Ettore Maiotti e Luisella Lissoni,  i miei Maestri della Bottega delle Arti di Milano


 
Un grazie particolare a Carla Colombo, bravissima pittrice della nostra terra




domenica 17 gennaio 2010

Memorie di vecchi tempi: -18

Voglio ora parlare un po' delle nostre insegnanti di pianoforte avute a Bologna, ben tre in due anni, che coscienziosamente continuarono a guidarci nello studio della musica, considerato, nella nostra famiglia, sempre, un fatto di primaria importanza.


La nostra prima insegnante fu la signorina Zarri, cognome assai diffuso a Bologna, non tanto giovane ma molto distinta, che era anche la maestra, in prima elementare, della mia sorellina Marcella. Suppongo che questa fu una delle ragioni per cui divenimmo sue allieve, oltre alla sua conosciuta abilità di insegnante ed alla sua serietà. Tanto che mia madre si piegò al fatto che fossimo noi a recarci a casa sua per prendere le lezioni, e non il contrario, come usava allora nelle famiglie abbienti.


La signorina Zarri aveva una fisionomia intelligente ed acuta, ma un'espressione in generale piuttosto rigida e aguzza. La rivedo ancora, nel suo grande e luminoso soggiorno, seduta magra ed impettita accanto al pianoforte, tanti capelli gonfi e un po' crespi, di uno spento biondo cenere, il volto senza sorriso. Non troppo amabile, quindi, e con i suoi modi piutttosto autoritari e puntigliosi, si alienò subito le simpatie di Teresa, che vivace ed orgogliosa come era, mal sopportava di essere trattata con una certa durezza. Fra l'altro ella non studiava volentieri il piano, mentre a scuola era una brillante allieva, e probabilmente questo non le consentiva quei progressi che la sig.na Zarri esigeva; di qui i piccoli scontri che condussero Teresa all'aperta ribellione, tanto che a un certo punto, fra singhiozzi e lacrimoni, chiese ai nostri genitori di cambiarle insegnante, oppure, anche, di smettere di studiare il piano.
Al che, pur di vederla contenta, e, credo, riconoscendo in lei una personalità ed una sensibilità molto profonda, come infatti era, i miei decisero di trovare, per lei sola, un'altra insegnante.


Così, mentre Marcella ed io continuavamo per il momento ad andare dalla Zarri, entrò nella nostra vita la seconda "signorina del pianoforte" come chiamavamo le nostre insegnanti di piano e cioè la signorina Melideo, figliuola di un colonnello che babbo aveva conosciuto in ufficio.


Ella si era diplomata da poco, ed era perciò giovanissima, graziosa ed amabile, proprio una bella ragazza, ed anche disinvolta, nella sua semplicità; prese subito a benvolere la nostra Teresa, adottando in lei un fare amichevole e comprensivo che la conquistò completamente, tanto che incominciò a studiare con molto più impegno ed a fare notevoli progressi, con grnade soddisfazione di mamma e di mio padre, ai quali non sembrava vero vederla applicarsi senza protestare a questo studio; da ciò grande simpatia di tutta la famiglia per la nuova insegnante, così brava, bella e gentile.


Comunque il destino della sig.na Zarri era segnato, e l'anno seguente anche noi piccole cambiammo insegnante, per un'altra molto più amabile signorina, la Venturi, in casa della quale ci recavamo con molto piacere, primo perchè era proprio simpatica, secondo perchè aveva un piccolo ed allegro nipotino, Gianni, con il quale, finita la lezione individuale giuocavamo molto volentieri; inoltre egli possedeva, oltre a tanti bei libri per ragazzi, la collezione intera, rilegata, di tutti i numeri del "Corriere dei piccoli", e cioè del più affascinante giornaletto per bambini del tempo, che leggevamo con entusiasmo ogni settimana, quando usciva dal giornalaio, ed era davvero molto grazioso ed interessante; quei vecchi numeri del giornalino acquistavano perciò ai nostri occhi un fascino straordinario, e quasi bisticciavamo per leggerli. Già chi non ricorda ancora di quanti allora era bambino, i simpatici personaggi di Cirillino, del sig Bonaventura con il suo milione, di Arcibaldo e Petronilla e di tante caratteristiche creature sorte dalla penna e dall'intelligenza di scrittori e umoristi famosi come Sergio Tofano, Carola Prosperi e tanti altri?


Rammento con grande chiarezza e anche nostalgia i felici pomeriggi trascorsi là, in quella casa così raccolta e familiare, un po' vecchiotta, forse, ma tanto simpatica, leggendo tranquillamente  i vecchi giornalini, o giuocando a carte con il piccolo Gianni, mentre dalle finestre aperte entrava dolcissimo il profumo delle rose e dei fiori del giardino sottostante!
E quando fummo trasferiti a Napoli, ed il piano con gli altri mobili fu imballato e rinchiuso in un magazzino, andammo addirittura a studiare da lei, la sig.na Venturi, poichè si era ai primi di maggio e la partenza non poteva avvenire prima della fine di giugno; ecco perchè il ricordo di questa nostra insegnante è uno dei più dolci e belli della mia infanzia.


Qualche altra piccola nota sulla nostra vita quotidiana bolognese: la nostra piccola giovane domestica, Dora, nome che udii allora per la prima volta e che mi piacque; fu molto apprezzata da noi, quasi quanto Cosimina, perchè era gentile e docile. Come tutte le ragazze bolognesi, sapeva tirare la sfoglia di pasta all'uovo in modo prodigioso, e la tagliava anche con rapidità vertiginosa, tanto che una volta sbagliò la mira e si fece con il coltello un grosso taglio alle dita; ricordo ancora il suo grazioso visetto coperto di lacrime, mentre si teneva la mano tutta insanguinata.
Per fortuna babbo, bravo in tutto, anche a medicare le ferite, le fece una buona disinfezione ed un'ottima fasciatura, in modo che in pochissimi giorni potè guarire perfettamente.


Andavamo anche al cinema, qualche volta, ne ricordo due in particolare, perchè vicini a casa: il "Bios", nome mai più incontrato nella mia vita, ed il "Fulgor", ambedue cinema di periferia ma tranquilli nella loro modestia. In genere ci conducevano a veder film comici o di avventure, i più adatti alla nostra età.


Ricordo, fra gli attori comici il più famoso e cioè Ridolini, alto magro, dalla mimica straordinaria; poi Max Linder, il mio preferito perchè era giovane, elegante, quasi sempre in abito da sera; poi Fat Fatty, grasso e vispo, ne combinava sempre delle belle, Buster Keaton, ai suoi esordi ma già molto conosciuto, Harold Loyd, giovanissimo, timido ed impacciato, con grandi occhiali cerchiati di scuro; ci divertivamo tutti in modo straordinario, e noi eravamo contente e felici quando potevamo andare a vedere i loro film. Alcuni titoli mi sono ancora rimasti impressi nella memoria, specialmente quelli di avventura, come " Viaggio nell'impossibile", oppure, indimenticabile, "L'uomo della foresta", con la principessa Issè, al quale, senondo me, i successivi vari Tarzan si sono ispirati; altro bel film, anche se di altro genere, fu il "Sigfrido", tratto evidentemente dalle leggende nordiche alle quali pure si ispirò Wagner nelle sue opere, e dove un drago immenso e feroce impressionava tutti i bambini.

venerdì 15 gennaio 2010

Grandi Maestri dell'acquarello: Mario Calandri (1914-1993)

Frequentando la Bottega delle Arti di Milano, dei miei maestri Ettore e Luisella, mi soffermo ogni tanto a consultare testi e monografie artistiche nella loro fornitissima biblioteca d'arte. E' così che ho scoperto Mario Calandri, che qui presento e includo tra i grandi maestri dell'acquarello.
In realta Calandri  è considerato uno dei massimi incisori del XX secolo e grande grafico. Mi pare quindi che la sua attività acquerellistica sia poco conosciuta, nonostante la grande maestria e l'originalità delle sue nature morte.

Mario Calandri si formò presso il Liceo artistico di Firenze e di Torino e
nel 1932 frequentò l' Accademia Albertina di Belle Arti.
Dopo i primi esordi come pittore (espose a Roma e a Venezia) ,nel 1940 partecipò per la prima volta alla Biennale.
Nel dopoguerra Calandri diventò assistente di Marcello Boglione, titolare della Cattedra di tecniche dell'Incisione presso cui succedette all'Accademia Albertina di Torino come incaricato nel 1957, dove insegnò fino al 1977.

Purtroppo non ho trovato ancora importanti lavori critici su di lui, se non le poche notizie, qui riportate, da Wikipedia.













giovedì 14 gennaio 2010

Memorie di vecchi tempi: 17 - La città

Ecco via Andrea Costa, una via dall'aria modesta ma abbastanza movimentata, regolarmente adorna ai due lati di simpatici portici, che ricordo molto bene perchè in questa strada si trovava la nostra scuola, ed ogni mattino, per due lunghissimi inverni, la percorrevamo a piedi, spesso in fretta e furia, quando eravamo in ritardo, altrimenti tranquillamente, ed osservando i suoi negozi; ed un negozietto, in particolare, attirava sempre la nostra attenzione. Si trattava di un piccolo cartolaio, che vendeva un pò di tutto e nel quale eravamo felici di entrare ogni tanto, per comprare qualche quaderno nuovo, oppure delle matite per disegnare, o, mia segreta passione, dei pennini per la penna, belli, dorati, luccicanti, che facevano poi bella mostra nel mio portapenne di legno chiaro decorato con fiorellini dipinti. Anche giuocattoli, vendeva,ed in particolare ricordo dei burattini di legno per il teatrino, molto graziosi, fra i quali, con i nostri soldini risparmiati, scieglevamo di volta in volta qualche personaggio che ancora non possedevamo: un diavoletto, una principessa, un piccolo contadino, che aggiungevamo agli altri per comporre poi le nostre piccole rappresentazioni, insieme con Gianni e Mario, i nostri inseparabili amici.


C'era pure, fra gli altri, un piccolo negozio di frutta e verdure, dove facevano bella mostra di sè delle grandi teglie nere, da forno, colme di barbabietole rosse già cotte e fragranti ed inoltre grandi cipolle dorate dal forno, e molto spesso al ritorno da scuola ne compravamo, su commissione di mamma, ed erano davvero squisite, dolcissime; compravamo anche, e ci serviva da merenda nella ricreazione, una buona porzione, per ognuna di noi, di un'ottima focaccia, che chiamavano "crescenza", condita con salame o altro, che attirava il desiderio di tutti i bambini, con il suo profumo appetitoso di vivanda appena sfornata, ed era un piccolo piacere quotidiano al quale di rado rinunziavamo.




Porta Saragozza




Di Porta Saragozza ricordo lì'ampia piazza che la circondava, luminosa e tranquilla. Ci andammo, una volta, con mio padre, per una delle nostre rare passeggiate per la città.
Era piuttosto lontana dal quartiere dove abitavamo, prendemmo perciò il tram, che, giuntovi, fece il giro della piazza, con grande sferraglia di ruote, e si fermò.


Scendemmo e subito mi colpì la bellezza della grande ed antica porta, di pietra grigia, e splendente di luce rosa per l'imminente tramonto; erano le prime ore di un freddissimo pomeriggio invernale, ma la giornata era serena e asciutta, e mi sentii proprio felice di essere lì, in quella grande e luminosa piazza, con mio padre e la mia sorella maggiore, Teresa.

Da uno dei suoi lati essa saliva conducendo ad una verde collinetta, dove ci recammo e dove si trovavano dei bei giardini pubblici con dei bambini, pochi, che giuocavano con la palla, oppure con il cerchio, gioco allora in voga ed ora completamente dimenticato. Noi ci divertimmo a guardarli, senza però prendere parte ai loro giochi, forse per timidezza oppure ci sentivamo già troppo grandi per loro; tuttavia, per me, almeno, abituata a stare molto in casa, il solo fatto di trovarmi fuori, all'aperto, nel verde dei prati costituiva una vera felicità, mi sentii serenamente appagata e contenta.
Seppi poi che quel giardino era chiamato"la montagnola" ed era molto apprezzata dai bolognesi; infatti era molto graziosa e non l'ho mai dimenticata.


Che dire del resto della città? senza rendermene conto mi ci ero davvero affezionata e l'ammiravo senza riserve.


Mi piacevano in particolare le due famose torri, che si trovavano non lontano da casa ed ebbi perciò occasione di vederle spesso; la Garisenda, più bassa ed un po' tozza come forma e tuttavia sempre imponente, con la sua fisionomia antica e, ai miei occhi, abbastanza cupa ed inquietante. La torre degli Asinelli, di poco più lontana, era invece altissima, svettante nel cielo con la sua snellezza elegante, e, a mio parer, assai più bella e simpatica.
Solo più tardi capii che quel nome si riferiva ad una antica famiglia e non... a degli asinelli veri!
Ricordo anche la grande statua di Nettuno, in piazza San Petronio, la maestosa facciata della cattedrale, il palazzo di re Enzo, scuro e vetusto, con i suoi merli medioevali, e che nelle feste solenni, alla sera, si illuminava di fiaccole accese e splendenti; di là o nelle vicinanze, si partivano le più belle strade del centro, alcune, come via Rizzoli o via Indipendenza, piene di bei negozi moderni ed eleganti, sempre affollate di signore e signorine che confluivano poi regolarmente alla pasticceria Zanarini; altre, invece, pur essendo centrali, avevano un carattere molto più raccolto e tranquillo: sotto gli alti portici antichi e maestosi c'erano pochi negozi, assai belli e raffinati e vi regnava un'atmosfera fatta di severità e di antica grazia proprio affascinanti, e queste strade mi piacevano tantissimo, più delle altre e si chiamavano via Farini, via Santo Stefano ecc...

martedì 12 gennaio 2010

Riflessi a Treviso



acquarello 
(da una bella foto di Carla Colombo)
44 X 32 cm


Treviso
foto di Carla Colombo





acquarello
40 X 29 cm

domenica 10 gennaio 2010

Riflessi

E' un pò di tempo che vorrei rappresentare città riflesse nell'acqua (a parte Venezia che è un caso unico).Ho in corso alcuni tentativi. Questo è il primo, ma probabilmente ho ancora qualcosa da fare, devo lasciarlo un pò lì...Mi faccio da solo il primo commento: ma non è opportuno che cominci a riprendere l'uso del filo a piombo?




acquarello
44 X 32 cm

domenica 3 gennaio 2010

Memorie di vecchi tempi: 16 -In villeggiatura

Durante il nostro soggiorno bolognese due furono le località di villeggiatura dove ci recammo: la prima fu Salsomaggiore, ridente ed elegante cittadina termale, circondata da verdi montagne, con graziosi paesetti arrampicati sui loro pendii, e di questi ricordo il particolare Borgo san Donnino, che al mattino appariva, in lontananza, circondato da una leggera nebbia azzurra, quasi fosse sospeso in aria, come un paese di sogno.

Non andammo in albergo, ma in una specie di "residence", dove insieme alle camere avevamo l'uso di una grandissima cucina, comune a tutti i villeggianti, ed i vari profumi si mescolavano piacevolmente, e mi era abbastanza simpatico. Il servizio era compreso, per cui mamma potè riposarsi bene e fare tranquillamente le sue cure, mentre babbo e noi facevamo qualche bella passeggiata nei dintorni, sulle colline e nei boschi.

Di questa cittadina ricordo assai poco; c'erano tanti begli alberi, tanti giardini fioriti, e, soprattutto il maestoso palazzo delle terme, il famoso "Berzieri", chiamato così forse dal nome dell'architetto che lo aveva ideato e realizzato, un vero capolavoro di stile "liberty", pieno di saloni lussuosi, di marmi stupendi, con scaloni monumentali ed affreschi pieni di poesia e di grazia voluttuosa; grandi vetrate a colori mitigavano la luce del sole e davano un aspetto veramente caratteristico e bello a tutto l'insieme.

Ne fui profondamente colpita ed ammirata, e per lunghi anni, immaginando un palazzo di fate o una reggia orientale, pensai istintivamente al grande palazzo delle terme di Salsomaggiore, al famoso "Berzieri".

L'altra località, dove ci recammo l'anno dopo, nel 1925, fu ben diversa e certo più adatta a noi bambine.
Si chiamava Viale Bel Poggio, e si trovava a breve distanza da un grosso paese che era Casalecchio di Reno, assai vicino a Bologna. Si scendeva all'ultima fermata della tranvia, e subito dopo s'imboccava a destra un grande viale alberato che saliva dolcemente la collina, circondato da una bella campagna colma di viti e piantagioni varie.
Ai due lati del viale c'erano tante villette, distanziate fra loro da giardini rigogliosi di alberi e fiori, ed in una di queste ci sistemammo noi, insieme ad altri villeggianti, con i quali ben presto stringemmo amichevoli rapporti. Rimanemmo in quel luogo per un paio di mesi, almeno, sfuggendo al calddo soffocante che regnava a Bologna, e per far rimettere mamma definitivamente dalla pleurite soffetta nell'inverno.

Viale Bel poggio

Quando giungemmo a Viale Bel Poggio tutto ci sembrò bellissimo; non sembrava vero che per qualche tempo avremmo abitato lì, in quella bianca villetta, con un grande giardino davanti e tanto prato intorno e dietro la casa! Finalmente potersi muovere all'aperto sempre, dal mattino alla sera, estasiarsi davanti al volo leggero delle farfalle in giardino, ce ne erano tante, alcune bianche, altre multicolori, bellissime, che sfioravano leggermente le corolle profumate delle rose, cogliere con piacere i bei fiori di campo; i fiordalisi, le campanule bianche ed azzurre che fiorivano nel prato e sui bordi delle varie aiuole, ammirare con grnade curiosità le piccole lucertole dai vispi occhietti che ristavano al sole... tutto questo mi inebriò letteralmente, e da allora, forse, iniziò il mio appassionato senso di ammirazione per la natura, specilmente nei suoi aspetti più semplici e spontanei e che mi accompagnò poi per tutta la vita.

Al mattino non vedevo l'ora di alzarmi per uscire in giardino, il più presto possibile, per respirare a pieni polmoni quell'aria così pura e dolce, vedere risplendere la rugiada sulle foglie e sui fiorellini sbocciati nella notte, sentire il trillare sommesso, sparso per la campagna degli uccelli che salutavano il ritorno della luce del sole!

Non eravamo tanto distanti dalla città; mio padre, prima di prendere le ferie, continuò ad andare tutte le mattine in ufficio, uscendo molto presto e prendendo il famoso tranvetto ai piedi della collina; il paese di Casalecchio era vicinissimo, ma noi non vi andammo mai, paghe della bellezza del luogo; percorrevamo spesso il lungo viale, pochissimo frequentato e che consideravamo quasi come un nostro parco privato, ammirando gli splendidi fiori dei vari giardini e chiaccherando allegramente. Al tramonto poi tutto era un garrire vivace e leggero di rondini che sfrecciavano nell'oro del sole cadente e del quale sento ora tanta nostalgia, mentre le ombre azzurrine degli alberi e delle siepi si allungavano sulla terra e sull'erba dei prati.
Un altro simpatico particolare: verso le dieci del mattino percorreva lentamente il viale un traballante carretto, tirato da un asinello e colmo di verdure freschissime e di frutta varia: lo conduceva un arzillo vecchietto, un contadino evidentemente, che lanciava con notevole energia il suo grido di avvertimento e di richiamo agli abitanti delle ville. Lo risento come se fosse ora: "l'ortolano", ed ancora aggiungeva: " pere pere pere prugne belleeee". Si usciva allora dai cancelli e si circondava il veicolo per i vari acquisti, ma, in verità, noi eravamo attirate più che altro dall'asinello, simpatico, mansueto e pacifico che facevamo a gara di rimpinzare di cardi selvatici che crescevano sui bordi del viale, ed eravamo tutte contente e soddisfatte nel vederlo masticare alacremente agitando le lunghe orecchie grigie.

Fu anche l'occasione per fare qualche conoscenza fra i vari proprietari delle ville; ricordo in particolare, gli abitanti di una graziosa villetta, che dicevano "del maestro", un signore piccolo e serio dai candidi capelli, che vi abitava con le sorelle, due anziane signorine, di una strana quasi grottesca bruttezza, tanto che in principio ne avevamo quasi paura; si mostrarono poi invece così dolci e gentili che ci conquistarono completamente e ricambiammo volentieri la simpatia che avevano per noi. Spesso, nel vederci passare ed in ammirazione dei loro fiori, ci invitavano ad entrare e coglievano dei magnifici esemplari di rose e, specialmente, di dalie dai vivaci colori, e, facendone dei bei mazzi ce li regalavano da portare a casa.

Ancora facemmo amicizia con gli abitanti della villa limitrofa alla nostra, separata dal nostro giardino soltanto da una siepe di bosso; una bimba della nostra età vi abitava e timidamente cominciò a chiamarci e salutarci sulla siepe, finchè prendemmo anche noi coraggio e divenne la nostra amichetta con la quale giuocavamo molto volentieri; fra l'altro avevamo trovato un modo spiccio per vederci senza uscire dal cancello, usufruendo cioè di un passaggio che aprimmo nella siepe e andando e venendo in continuazione dalla sua casa e lei dalla nostra, con il consenso naturalmente dei suoi genitori, zie e zii che abitavano con loro e che ci accolsero sempre con grande cordialità.

Gli amici della villa

Fra le varie persone che abitarono la nostra stessa casa, ne ricordo alcune in modo particolare, per avere esse qualche caratteristica che ci colpiva.
Ricorderò il piccolo Robertino, il bimbo di una giovane donna, la signora Pagnacco, che, giuta improvvisamente, lo conduceva con sè. Seppi poi, da grande, che era separata dal marito, e che era andata a prenderselo a casa sua, il suo figlioletto, all'insaputa di lui, e si era rifugiata là, nella villetta di Viale Bel Poggio.
Compresi allora il significato della strana espressione di dolore e di gioia, che appariva spesso nei grandi occhi azzurri della giovane signora, mentre guardava giuocare Robertino, o ne ascoltava il gaio e innocente cinguettio; poichè era un bimbo veramente delizioso, sui tre anni, biondo e paffutello, con i suoi teneri occhi color fiordaliso, del quale, subito ci innamorammo tutti e facevamo a gara per giocare e farlo divertire.

Non so quale fu il seguito della vicenda della signora Pagnacco, pochè dopo la sua partenza la perdemmo completamente di vista, ma il ricordo di Robertino e dei suoi ingenui occhi azzurri mi è rimasto impresso nella memoria.

Con Anna Vecchi e sua madre invece ci rivedemmo ancora in città, qualche volta; vennero a trovarci e trascorremmo dei bei pomeriggi con loro, soprattutto facendo musica, come già avevamo fatto spesso a Viale Bel Poggio, dove immancabilmente ci aveva seguito il pianoforte. Ella  era una buona pianista, diplomana, naturalmente, ed era felice di poter accompagnare mio padre al pianoforte, nell'esecuzione di vari pezzi di musica che egli suonava molto bene al sua flauto.

Egli possedeva un'agilità non comune, avendo studiato seriamente in gioventù, e godeva moltissimo di riprendere ogni tanto il suo amato flauto, suonando i suoi pezzi prediletti; ricordo ancora, fra gli altri, un certo "Pastore svizzero", che noi tutti prediligevamo, costituito da numerose variazioni su di un semplice tema popolare, alcune delle quali graziosissime, ma anche molto difficili.

Teresa ed io, invece, suonavamo con impegno i nostri piccoli pezzi, specialmente a quattro mani, cosa che piaceva moltissimo a mamma, e non si può immaginare la sua gioia quando fui in grado di accompagnare con il pianoforte quella deliziosa pagina di musica che è"Il Cigno", dal carnevale degli animali di Saint-Saens, e che babbo interpretava egregiamente sul suo flauto.


Non vi era dubbio, ormai, che di noi sorelle, io fossi la più dotata musicalmente. Non ebbi mai difficoltà, infatti, nell'affrontare le varie forme tecniche dello studio del piano, e mi sembrava anzi del tutto naturale il fatto che io suonassi, come se fosse stato per me un linguaggio naturale, un modo come un altro per esprimersi.
Esso mi appagava completamente, sia tecnicamente, sia come espressione di vita; inoltre il suono del pianoforte mi affascinava letteralmente, sentivo alle sue vibrazioni peculiari rispondere profondamente nel mio intero essere altre vibrazioni di intensa gioia ed amore. Da ciò il senso di felicità che provavo nel suonare e che mi ricompensava ampiamente del sacrificio innegabile dello studio, anche se qualche volta noioso e pesante.

In quest'ulmima parte del racconto è la prima volta che Anna descrive il suo intenso amore per la musica e il pianoforte (lo farà poi più ampiamente nei passaggi successivi). Zia Anna era veramente una grande solista, ricordo molti pomeriggi romani mentre ascoltavo, bambino, con ammirazione e commozione le sonate di Chopin che interpretava magistralmente. Ho saputo poi da mia madre che aveva anche una voce bellissima e che, nonstante l'insistenza dei maestri, i nonni non vollero che studiasse da soprano, perchè allora l'ambiente "artistico" era considerato non appropriatoed adatto per  una ragazzina di buona famiglia!

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