sabato 27 giugno 2009

Studio di alberi

Lanca del fiume Adda,tre studi preparatori per un acquarello
Uno dei problemi principali che incontro nella realizzazione degli acquarelli, è quello della rappresentazione degli alberi, forse è il principale problema dei pittori, connesso con quello della giusta rappresentazione del verde, in assoluto il più difficile da controllare. Ricordo la prima volta che ho incontrato il mio maestro Ettore Maiotti che mi ha detto subito: "Non ci siamo con i verdi" e credo che lo pensi ancora, giustamente. D'altra parte sono nella media di coloro che tentano di dipingere, e mi consola il fatto che anche grandi artisti del passato hanno penato una vita alla ricerca del verde giusto. Ma non è solo un problema di colore, è innanzitutto un problema di disegno. A questo proposito sono molto significative le pagine dedicate a ciò da John Ruskin nel suo manuale di disegno. Beh io naturalmente realizzo disegni ben lontani dalla purezza e perfezione degli acquarellisti inglesi, ad esempio, però mi sforzo di capire la struttura essenziale delle alberature, insomma le loro linee principali, l'andamento del fogliame e, per quando possibile i diversi toni dell'immagine. I grandi acquarellisti infatti avevano una grande capacità di "capire" il paesaggio naturale già nell'impostazione del disegno e poi nella successiva fase di stesura dei colori , e avevano la grande capacità di individuare sempre le giuste tonalità con esiti di grande armonia, atmosfera, effetti di profondita ecc... E per darvi la prova dell'abisso profondo che sento quando vedo i disegni di un acquarellista come J.S.Cotman , vi invito ad osservarne uno . Tornando ora al colore, nella mia tavolozza la presenza del verde puro, quello del tubetto per intenderci , è limitata e complementare. Infati i miei verdi sono in gran parte ricavati da mescolanze di giallo e blu, con l'aggiunda di qualche altro colore per rendere più caldo o più freddo il verde, per gli effetti di lontananza o vicinanza o per le gradazioni e sfumature che sono pur sempre presenti della immensa varietà e variabilità degli effetti in ragione della luce, delle ombre e dei riflessi. Il verde puro viene solo aggiundo, quindi, per correggere e/o ravvivare la mescolanza di blu/azzurro e giallo. Ecco perche nei miei soggetti prediligo rappresentare la natura, perchè è una sfida continua, una guerra che non vorrei perdere, anche se sto perdendo molte battaglie. E appunto ne ho ingaggiata una, in questi giorni, imbattendomi in questa superba lanca del fiume Adda (le foto sono sul blog in un post di qualche settimana fa). E mi sono accanito a tal punto da farne una sorta di mia"montaigne Sainte Victoire", replicando per tre volte il tentativo di rappresentarla. E, certo, non è finita qui!

giovedì 25 giugno 2009

Grandi maestri dell' acquarello: Richard Parkes Bonington (1802-1828)

Richard Parkes Bonington nasce ad Arnold, vicino a Nottingham nel 1802. A 15 anni però si trasferisce a Calais, dove il padre aveva una società per la realizzazione di pizzi e merletti, disegnati appunto dal padre stesso. Riceve quindi i primi insegnamenti di disegno in famiglia, nella prospettiva di essere inserito nell'azienda. Tuttavia la particolare abilità nel disegno viene notata da Thomas Francia ,pittore che era cresciuto alla scuola inglese e in particolare di Thomas Girtin. Francia lo "adotta" artisticamente e lo induce a lasciare la scuola paterna e la famiglia , e a trasferirsi a Parigi. Qui, giovanissimo, frequenta l'Accademia di Belle Arti (1822-1823), compie alcuni viaggi, prima in Normandia, poi in Inghilterra dove conosce e diventa amico di Eugene Delacroix. Con quest'ultimo condivide per breve tempo uno studio a Parigi. Nel 1826 trascorre alcuni mesi nel nord Italia, visitando in partiolare Venezia, Bergamo, Milano . Torna in Francia e partecipa con successo ai Salon del 1827 1828, ma nel settembre del 1828 muore a soli 26 anni. Nella sua breve vita e nel suo brevissimo periodo artistico, realizza un infinità di disegni, schizzi e acquerelli, acquisendo una grande popolarità sia in Francia che in Inghilterra, avendo, dopo la sua morte prematura, una nutrita schiera di estimatori e imitatori. Grande disegnatore , all'inizio della sua carriera subisce l'influenza di Thomas Francia ,e, attraverso di lui, di Thomas Girtin, soprattutto nell'uso delle basse tonalità e nella scelta dei soggetti (marine e architetture inserite nel paesaggio). Ma la sua pittura si affranca quasi subito da quella dei suoi maestri, acquisendo tratti peculiari. I suoi acquarelli trovano subito grande rispondenza nel pubblico in Francia e costuiranno un punto di riferimento per la conoscenza dell'acquerellismo inglese in quella regione. I colori diventano più fluidi e più vivaci, anche perchè rafforzati dall'uso del bodycolour (una mescolanza opaca dei pigmenti con il bianco), e anche più contrastati dalla tecnica delle graffiature del foglio per le alte luci. Ma Bonington è anche un maestro nell'accostamento tra toni caldi e i grigi, in una parola, un maestro di atmosfere. Un'altra caratteristica peculiare delle sue opere è l'uso del pennello e le modalità di stesura del colore. Dal 1824 in poi utilizza un pennello fine in punta, con il quale traccia piccoli tratteggi di colore, metodo già usato da Turner ed altri acquarellisti .Usa un pigmento molto povero di acqua in modo da ottenere il particolare effetto di frammentazione del colore in piccoli punti interstiziati dal bianco della carta. Di solito Bonington utilizza la gomma arabica applicata come una vernice, allo scopo di dare profondità e trasparenza alle ombre, uso che era molto diffuso tra gli acquerellisti, anche al fine di competere con i dipinti ad olio. Tale tencnica tuttavia veniva ostacolata dalla Oldo Water Colour Society, perchè la gomma arabica induceva, con il tempo, un velatura scura all'acquarello e comportava fessurazioni della superficie. Infine è da rilevare la grande abilità come disegnatore nella rappresentazione di monumenti e architetture, molto espressivo e dettagliato, ma non preciso dal punto di vista della prospettiva.

sabato 20 giugno 2009

Memorie di vecchi tempi: 7 - Figurine

Vol I Bari 1920 - Bologna 1924 Ruotavano nella nostra vita quotidiana varie persone, che ricordo un po' vagamente, ma che mi piace rammentare qui. Benedetta Avevamo pochi anni quando entrò, per un certo periodo al nostro servizio una certa Benedetta, una vecchia contadina che veniva in nostro aiuto in qualche circostanza particolare, preparativi per feste, malattie familiari e altre occasioni; era sì piuttosto anziana ma a noi sembrava addirittura vecchia perchè era quasi senza denti, ma allora soltanto i signori potevano andare dal dentista e probabilmente vecchia non era; comunque era accolta da noi bambine con gioia, perchè aveva tanta pazienza, e volentieri mamma la delegava a raccontarci fiabe, oppure a guardare insieme qualche vecchio libro illustrato. Marcella, specialmente, avrà avuto tre o quattro anni, ed aveva antipatie e simpatie imprevedibili, aveva presa una vera passione per Benedetta, poichè era l'unica a saperla divertire ed intrattenere, seduta sul suo grembo; si faceva spiegare a suo modo le varie illustrazioni, e quando il personaggio compiva qualche misfatto immaginario, strappava la pagina senza tanti complimenti. Fortunatamente si trattava di vecchi consunti libri riportati dalle vecchie librerie di Mesagne, libri di storie medioevali, a giudicare dal modo come questi cavalieri e dame erano vestiti, chissà, forse avranno avuto anche un certo valore, ma mamma per vederci tranquille ci avrebbe messo in mano anche un autentico incunabolo! Benedetta comunque non si faceva alcuno scrupolo, e pazientemente inventava storie su storie, con particolari a volte orripilanti, di streghe e di cattivacci su quelle antiche illustrazioni, ed è rimasta viva nella nostra memoria per questa sua abilità nello spiegare "Il libro della guerra", questo il titolo da noi dato al vecchio bistrattato libro della nostra infanzia! Annetta Un'altra persona veniva spesso per casa, un'infermiera di nome Annetta, una giovane donna, piuttosto piacente, che faceva le iniezioni nella varie famiglie dove era stata presentata. Era una donna svelta ed abile, e mamma ne aveva una grande considerazione e la trattava con amabilità e simpatia, che in verità si meritava. Anche io al trovavo simpatica; aveva una gran parlantina, e nel mentre bolliva la siringa di vetro per le iniezioni da fare a mia madre, convalescente di una brutta polmonite, ed anche dopo che lì aveva fatta si intratteneva volentieri a parlare dei vari avvenimenti del quartiere, o anche semplicemente della sua vita, che, seppi più tardi, era piuttosto difficile. Una storia, la sua, che ebbe del romanzesco; innamoratasi di un medico, giovane e di buona famiglia, sperò, nella sua ingenuità, di essere sposata da lui, avendone avuto un bambino. Purtroppo non fu così, ed ella, rassegnatasi, riversò tutto il suo amore su questo figlioletto, facendo sacrifici immensi, lavorando giorno e notte, è il caso di dirlo poichè assisteva ammalati anche di notte, per crescerlo sano e forte, e con buoni principi. Il bimbo crebbe bene, fu la sua grande consolazione, studiò con assiduità e passione, riuscendo a laurearsi brillantemente proprio in medicina. Mentre questo accadeva il suo ex innamorato, sposatosi con una ricca signorina, ebbe a sua volta un figlio che, svogliato e viziato, non concluse nulla di buono, anzi lo contristò spesso con malefatte varie, finchè, alle soglie della vecchiaia, egli, che aveva seguito da lontano l'ascesa del figlio rinnegato, volle conoscerlo e gli si affezionò tanto che lo riconobbe legalmente, gli diede il suo nome, e gli lasciò buona parte del suo patrimonio. Così annetta ebbe finalmente il premio della sua abnegazione e del suo dignitoso comportamento, oltre che potè godere di una meritata felicità. Cosimina Non so perchè ho lasciato per ultima la figura di una giovinetta che fu per noi, negli ultimi anni del nostro soggiorno a Bari una persona alla quale ci affezionammo molto, una specie di sorella maggiore, più che una giovanissima governante. Si chiamava Cosimina, non avrà avuto, credo, più di sedici o diciassette anni, ma il garbo, l'educazione, la disponibilità che possedeva , la rendeva più matura della sua età. Mamma si fidava completamente di lei, la trattava con grande bontà, e si vedeva che era felice di averla in casa. Forse perchè Cosimina era una ragazza modesta e seria; figlia di contadini aveva imparato dalle suore del suo paese a cucire e ricamare molto bene, qualità, queste, di gran pregio agli occhi di mamma, che spesso si faceva aiutare da lei nei suoi lavoretti casalinghi, ai quali si dedicava volentieri ogni tanto; con noi era affettuosa e paziente, e mai mi ricordo di una parola sua o nostra meno che amichevole e gentile. Graziosa fisicamente, aveva una figurina snella, un viso regolare e dei bei capelli biondi che riuniva in una lunga treccia; e credo, anzi sono sicura, che anche per lei il soggiorno in casa nostra fosse gradevole, e con la sua naturale semplicità, ci accettava così, come eravamo, con i nostri difetti e il nostro calore umano, con i sermoni di mamma e con la sua grande generosità che illuminava tutta la casa. Quando, per naturale avvicendamento di sede ed anche per l'approssimarsi della promozione di mio padre al grado superiore, dovemmo trasferirci a Bologna, fu una vera tragedia per mamma; lasciare la città di Bari, che era diventata, dopo sette anni di residenza anche un po' la sua città, dove si era ormai ben ambientata, con tanti parenti e conoscenti che andavano e venivano da Mesagne portandole notizie e facendola sentire ancora vicino alla sua famiglia che ancora là risiedeva, una città dal clima dolce e caldo per la freddissima Bologna, per lei, vera figlia del sud, dovette essere un colpo terribilmente doloroso. L'unico pensiero che potè, in un certo senso consolarla, fu il fatto che Cosimina, sempre affezionata e dolce, acconsentì a partire con noi per Bologna, ed a trattenervisi fino a quando non ci fossimo abbastanza sistemati per la nuova città. Questo addolcì molto il suo dispiacere, calmò le sue apprensioni e quel sentirsi sbalestrata improvvisamente in un altro luogo, lontano ed estraneo, cosa che l'agghiacciava addirittura, ed anche per noi bambine fu una felicità sapere di poter continuare ad avere accanto a noi, almeno per i primi tempi, la nostra Cosimina, così materna e affettuosa e trattenerci con lei in serenità e lietezza in tranquilli giochi infantili e confidenze. Ancora qualche ricordo simpatico, come il cane del dottor Donadeo, un grande danese dal caratteristico mantello bianco a macchie nere, che ammiravamo molto e guardavamo con molto piacere, ma anche con molto rispetto, e che aveva un nome che a noi sembrava molto buffo: Liquirizia; oppure il lumino di cera, che mamma accendeva la sera, prima di andare a letto, per non farci stare al buio durante la notte, e quanta consolazione e che senso di sicurezza ci dava quella piccola luce un po' oscillante, quando per caso ci accadeva di svegliarci, o anche prima di addormentarci! le ombre dei mobili si ingigantivano sul muro, ma a noi sembravano amiche ed anzi mi piacevano tanto. E le preghiere della sera, quando già coricate, mamma veniva per darci la buona notte, e girando un po' per la camera, rialzando un calzino o chiudendo un cassetto, con la sua voce robusta e chiara pronunziava ad una ad una le parole di fede che noi ripetevamo a bassa voce e che ci davano tanta pace e tanta tenerezza! Anche la ninna nanna ci cantava, a volte, quando Marcella non riusciva ad addormentarsi e, con insistenza la richiedeva, magari minacciando le lagrimucce. E allora mamma, la cui tenerezza per noi era indescrivibile intonava qualche vecchia nenia paesana, che conoscevamo naturalmente a memoria, ma che sempre ci affascinava, e ci cullava fino a condurci al sonno. La storia della pecorella mangiata dal lupo ci commuoveva sempre, e sul suo esempio molti bimbi ho addormentato con questa ninna nanna, quelli di Teresa, prima, poi, naturalmente anche i miei, che ancora la ricordano, e certo Marta, la mia primogenita, l'ha a sua volta cantata alla sua Roberta e al suo piccolo Pietro. Ed ora ne trascrivo i primi versi, ma le variazioni erano numerosissime: "Oh nonna, nonna no, oh nonnarella il lupo s'è mangiata la pecorella... nonna nonna nonna no, nonna nonna nonna no... "Oh pecorella mia come facisti quandu lu lupo ti vidisti... nonna no oh nonna no..." memorie dei vecchi tempi - anteprima

Terre alte

Acquarello 41 X 30 cm
acquarello 37 X 31 cm

lunedì 15 giugno 2009

Il faro verde








acquarello carta Fabriano Ingres 17 X 59 cm

Una domenica sul fiume, l'Adda di Leonardo

L'Adda si snoda per 313 km all'interno della regione lombarda. In uscita dal lago di Como dopo aver formato i due laghi di Garlate e Olginate, scorre per breve tratto fino alla diga di Olginate, il cuore dell'intero sistema idrico abduano. Raggiunge Brivio con andamento pigro per proseguire poi fino ad Imbersago. A Paderno si immette nella grande forra scavandosi una trincea nei banchi di ceppo. Il dislivello di circa trenta metri delle rapide è superato con un arditissimo canale terrazzato che scorre parallelo al fiume per diversi chilometri. Conche, chiuse, centrali e centraline idroelettriche si susseguono in rapida successione conferendo al paesaggio un aspetto antropico eccezionale. A Trezzo d'Adda il fiume compie una grossa curva, lambisce i fianchi del castello, e origina, in sponda destra, il Naviglio della Martesana. Il fiume riprende poi il suo corso, a tratti irregolare, per poi distendersi in ampi meandri e banche di ghiaia fino alla confluenza nel Po in località Castelnuovo Bocca d'Adda.

mercoledì 10 giugno 2009

Memorie di vecchi tempi: 6 - Bari, la città

Vol I Bari 1920 - Bologna 1924 Questa città, così viva, così operosa, dal mare azzurro con riflessi verdi che illumina la parte nuova e quella della vecchia Bari, con le sue barche che a sera partono in silenzio con i suoi uomini dalla parola breve arguta e vigorosa, e vanno nella notte... le donne alacri al mattino presto si alzano e nelle prima bruma si vedono alla messa e poi al lavoro... con svelte mani fanno per la festa le pizze rustiche con le olive e il sale e il pomodoro. e le orecchiette ruvide riempiono la mattara con piccoli fiori... tanto vi ricordo nella mia memoria e vi sento vicine, con la dolce infanzia che a me rappresentate...
Si era nel 1922, la città era tranquilla, simpatica, operosa e vivace; noi abitavamo al n. 142 del Corso Vittorio Emanuele, una bella strada larga, dagli ampi marciapiedi ai lati, dai vecchi palazzi signorili, fra i quali, abbastanza vicini al nostro, il famoso palazzo Fizzarotti, così detto dal nome del proprietario, che lo aveva fatto costruire in perfetto stile veneziano, sul modello dei celebri palazzi che sono sul Canal Grande, a Venezia ( cosa che, seppi poi, fu abbastanza deprecata); a me invece piaceva moltissimo, per quel suo essere così diverso dagli altri, e per la sua fisionomia un po' fiabesca e colorita. I negozi erano pochi, ciò che dava alla strada un'aria signorile; c'erano, invece, dei grandi imponenti portoni debitamente sorvegliati dai loro portieri, spesso, dai loro familiari, compresi i bambini, che, d'estate, prendevano il fresco seduti sulla soglia. Il nostro portiere si chiamava Petruccio, era molto vecchio certamente nonno più volte, e parlava in un modo strano, articolando le parole con un gorgoglio che a noi faceva tanta impressione, per cui, non solo non comprendevamo ciò che diceva, ma ne avevamo un sacro terrore. Dicevano che quell'inconveniente gli fosse sopraggiunto in seguito a un grande spavento preso durante la guerra, io penso però ora che qualche bicchierotto di vino avesse anche la sua responsabilità! Era con noi sempre molto gentile e rispettoso, e cercava di farci divertire, a suo modo, facendo dei versacci con quella sua voce gorgogliante, senza sospettare che otteneva proprio l'effetto contrario! Verso la fine del Corso, verso destra, c'era, mi sembra, una piazza non molto grande, dove si trovava il municipio, dai nostri balconi un po' si intravvedeva; una volta fu annunziato, come avvenimento cittadino, che un equilibrista avrebbe attraversato la piazza su un filo di ferro, teso dal Municipio al palazzo di fronte a questo, e lo fece, difatti, ottenendo un gran successo per la sua abilità. Raramente si parlava degli scontri politici del momento, il fascismo si era appena affermato, anche se indubbiamente ce ne erano, ma noi bambine eravamo completamente escluse da questi avvenimenti, e dai discorsi preoccupati che pure ogni tanto captavamo in parte. Una volta soltanto ci capitò di essere partecipi di un episodio che ricordo ancora. Eravamo usciti tutti insieme, con altri amici, per andare al cinema, forse , (i primi film attiravano moltissimo la curiosità della gente) oppure per trascorrere una serata al circolo "tennis" molto noto ed anche molto elegante, e ritornavamo a casa, a piedi, poichè eravamo d'estate e le distanze erano molto ravvicinate; saranno state le dieci o le undici di sera, io ero tranquilla, come sempre quando c'era nostro padre con noi, la sua divisa in genere incuteva molto rispetto, inoltre eravamo un bel gruppo di signori e signore abitanti tutti dalle nostre parti, quando si udirono degli spari abbastanza vicini ed alcuni giovani vennero correndo verso di noi, dicendo concitatamente:"signor capitano, signor capitano, porti le signore in un portone, ci sono i fascisti!" Al che ci precipitammo nel più vicino portone aperto, per fortuna chiudevano molto tardi, un po' affannati e piuttosto spaventati, noi incuriosite, parlottando e commentando, e ci mettemmo ad aspettare gli eventi. Che si risolsero in breve, quando, dopo qualche altro sparo in lontananza, quelli stessi giovani vennero ad avvertirci che i contendenti si erano sciolti ed allontanati, e questo fu l'unico scontro politico al quale assistetti, che ci sfiorò soltanto, ma che mi diede l'idea dei fermenti che si agitavano in città. Per il resto la vita della società bene era piuttosto vivace, oltre al circolo del "Tennis", uno dei migliori della città c'era il "Barion", un altro circolo ben frequentato ma meno esclusivo dell'altro, dove andavamo spesso con .........; ricordo vagamente una terrazza sul mare, e il mare era molto vicino, con barche di pescatori illuminate da lanterne, ed il profumo penetrante e piacevole di frutti di mare; poi c'erano gli spettacoli lirici al teatro Petruzzelli ai quali i miei genitori, con altri amici ufficiali, erano abbonati, e che erano molto seguiti dalla cittadinanza; spettacoli dati molto bene, credo, poiché il pubblico barese era un buon intenditore, amante della musica, come tutta le gente pugliese; del resto basti pensare alla miriade di compositori e di cantanti ai quali ha dato origine dal settecento in poi; mia madre stessa era appassionatissima dell'opera in musica,e quando parlava, già in tarda età, di quegli spettacoli e di quelle opere, il Trovatore, ad esempio, oppure la "Traviata", o la "Cavalleria", si entusiasmava e gli occhi le brillavano di commozione. Poi c'erano le feste padronali religiose, come quelle di S. Nicola, ad esempio, oppure il Corpus Domini ed altre; allora la città tutta si pavesava di drappi multicolori ai balconi, alle finestre, tappeti di damasco, coperte di seta ed ogni altro oggetto risplendente e colorato, per il passaggio delle processioni religiose, lunghissime, a volte duravano delle ore, dove carri riccamente addobbati trasportavano statue di santi i gruppi di statue lignee antichissime, che rappresentavano personaggi ed episodi della vita cristiana, eseguiti con impressionante realismo. Ricordo, nella processione del Venerdì Santo, credo, un "Gesù alla colonna", dall'espressione dolente e rassegnata, tutto coperto di ferite e sanguinante per la corona di spine e una "Deposizione" in cui la Madonna, avvolta in veli neri, piangeva lacrime che sembravano vere, nell'espressione estatica del viso bellissimo. I santi più venerati erano spesso portati a braccia ed era bello vedere con quanto impegno ed attenzione quegli uomini reggevano i pesanti supporti di sostegno delle statue, che dondolando con passo cadenzato, passavano per le vie principali della città. Una di queste strade dal passaggio obbligato era proprio il Corso Vittorio Emanuele, la nostra strada, e in quella occasione i nostri balconi erano pieni di invitati che venivano ad ammirare, con devozione, la lunga processione, con i cortei dei bimbi e fanciulle vestite in vari modi, di celeste con coroncine di fiori nei capelli. le Figlie di Maria, tutti biancovestiti gli angioletti con piccole ali dorate che sfilavano ai lati della strada, piccoli bimbi con i loro gigli in mano, guardati amorosamente dalle madri, e non mancava mai una Sant'Elena vestita di azzurro, con la croce fra le braccia, con gli sciolti capelli sui quali posava la corona dorata di regina; e poi frati in tonaca marrone, preti salmodianti, gruppi di donne nerovestite che cantavano inni sacri, come " Mira il tuo popolo, Bella Signora", infine il Vescovo, con gli scintillanti paramenti di festa, che portava l'artistico ostensorio dai grandi raggi di oro, procedente solennemente sotto il gran baldacchino ricamato che lo proteggeva, ed, in un certo senso, lo isolava da tutti. Queste feste cadevano, quasi sempre, in primavera, come appunto per la Pasqua, il Corpus Domini e nella mia mente è rimasto, con la visione mistica dell'avvenimento, un collegarsi ad un'atmosfera chiara e luminosa, colma di profumi, come un rinascere sereno e poetico nell'aria dolce che ci alitava sul viso, faceva sventolare i drappi alle finestre e svolazzare i veli celesti delle bambine della processione; i marmi bianchi delle ornamentazioni alle finestre ogivali del palazzo Fizzarrotti, le pagliuzze d'oro dei suoi mosaici, il rosso pompeiano delle sue pareti sotto i raggi del sole morente, me lo faceva apparire ancora più bello, come un palazzo di fate, dei racconti da me amati, o come una screziata farfalla in un contesto di brumose, grigie farfalle. Un altro spettacolo, attinente sempre alle feste cittadine, erano le luminarie che adornavano il nostro Corso sotto forma di larghi e altissimi archi, che andavano da un marciapiedi all'altro illuminati da migliaia di lampadine elettriche, con bellissimi disegni geometrici, stelle, geroglifici, piccoli archi di luce, e che, situati a relativa distanza l'uno dall'altro, formavano un corridoio luminosissimo, sotto il quale la gente passeggiava felice, in gruppi familiari, in coppie, e dove molti bambini, ragazzi e ragazze, rilassati e sorridenti, girellavano, si incontravano allegramente; allora ci si contentava di poco, e l'immane tragedia della guerra trascorsa faceva forse godere ancora di più una pausa di spensieratezza e di felicità. Altre luminarie ho poi veduto in seguito, in paesi e città, ma ai miei occhi infantili queste apparivano così splendide e ricche che mi sembrava di non poter vedere mai nulla di più bello e festoso. Memorie di vecchi tempi - Anteprima
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