martedì 31 marzo 2009

L'ultimo acquarello di Marzo

colline toscane 48 X 40

A proposito di viaggiatori e turisti

E. Delacroix: Album d'Afrique du nord et d'Espagne - croquis d'arabes et tete coiffée d'un turban, 1832 Paris, Musée du Louvre
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Avevo in mente di realizzare un post sui viaggiatori, perchè il viaggio, l'esplorazione dei luoghi sono connaturati con la storia dell'acquarello. Tutti i grandi acquarellisti, a cominciare da Turner, sono stati grandi viaggiatori e abbiamo testimonianze mirabili di questi viaggi nei loro meravigliosi taccuini. L'acquarello era dunque un prezioso compagno di viaggio, viaggi spesso in solitaria che duravano molti mesi, viaggi avventurosi, atraverso le Alpi, in Italia, in Francia, nei paesi dell'Africa settentrionale.
Stavo appunto raccogliendo il pensiero su questo tema per farne un breve post, quando mi sono imbattuto nel racconto di viaggio di Geillis , una viaggiatrice dei nostri tempi (che non a caso è anche un'amante dell'acquerello!). Un racconto che mi ha colpito per la freschezza, l'intelligenza, la capacità di trasmettere le emozioni, un pò come vengono trasmesse da quei taccuini di un tempo che fu. E allora, con il suo permesso, ho deciso di pubblicarlo integralmente perchè possa essere letto da molti amici. Le parole di questo racconto  mi hanno fatto pensare, ancora una volta, che esiste un'anima e che l'animo umano è un meraviglioso universo...

L'infinito viaggiare, da ogni parte e in nessun luogo
Ogni primavera, da qualche anno a questa parte, mi concedo uno spazio personale, privatissimo, un viaggio in solitaria che programmo accuratamente e la cui idea mi accompagna per mesi, prima e dopo, come un talismano contro la noia e la malinconia dell’inverno. Sono ormai tre anni che prendo il treno e arrivo a Parigi, sempre in un giorno di primavera: la fortuna ha voluto che in ogni viaggio il sole splendesse caldo su questa città meravigliosa, che ad aprile è un tripudio di bellezza e di fiori colorati. Sono cinque giorni magici, un viaggio alla ricerca di bellezza, di atmosfere, di luoghi sconosciuti, e non importa che sia sempre nello stesso luogo, perché di conoscere non si finisce mai, c’è sempre qualcosa che ti sfugge, oppure che che vuoi riassaporare, sentirlo tuo. Dicono che Parigi sia la città degli innamorati ma, ne sono intimamente convinta, credo la città sia più adatta ad essere visitata in silenzio, per immergersi fino alla punta dei capelli nei colori e nella suggestione dei suoi vicoli secenteschi, nella confusione variopinta dei suoi boulevardes, nel silenzio magico dei suoi cimiteri. Quest’anno la mia meta sarà più vicina, principalmente per ragioni economiche: tornerò a Ferrara, città che ho visitato quattro anni fa e che mi aveva molto colpito per la sua bellezza calda e quieta, i suoi mattoni e i tetti rossi, il bellissimo e fatiscente cimitero della Certosa, il Museo di Boldini, e che rivedrò volentieri in maniera più approfondita (anche se è prevista pioggia per tutti e quattro i giorni del mio viaggio, una specie di nuvola di Fantozzi, e ti pareva). Partirò domani, ho prenotato un grazioso B&B e treno e sto già organizzandomi mentalmente (tipo lista delle cose da fare, Guida michelin, che mi porto da vestire, quanto farà freddo rispetto a Roma etc…). I preparativi per un viaggio sono tra le cose che adoro fare, elenco mentalmente tutte le cose che servono, mi studio la guida per assaporare in anticipo tutte le cose che voglio fare, pianifico itinerari (che poi non sempre rispetto) e mi informo sulle abitudini gastronomiche del luogo, pregustandomi saporiti spuntini in luoghi meravigliosi. Questa volta è meglio che mi organizzo anche su qualche museo in cui passare la giornata all’asciutto, ma che volete, quest'anno va così… Viaggiare è una delle esperienze più belle, più emozionanti e creative e che si possano fare, sempre che si parta con spirito di adattamento e mente aperta, curiosità e senso dell’avventura. Quando parlo di viaggio, ovviamente non intendo il tour organizzato, quello dove un gruppo di persone sconosciute viene scarrozzato in giro come un pacco postale, facendo ammirare in rapida sequenza monumenti, arte e storia come fossero cartoline o belle fotografie da guardare qualche minuto, e poi via, di nuovo verso un’altra destinazione.
J.M.W. Turner The dark Rigi 1842


C’è una differenza sostanziale tra turista e viaggiatore: il primo si ferma in superficie, non approfondisce gli aspetti meno ovvi del luogo, non riesce a cogliere l’intima essenza di un posto. Quello, solitamente, più interessato al negozio di Souvenirs o al ristorante, piuttosto che alla chiesetta sperduta in una valle amena. E’ quello che va a Sharm e pensa che quello sia l’Egitto vero, oppure che è convinto che Eurodisney sia meglio del Louvre, che di Amsterdam si ricorda solo i negozi a luci rosse, che si chiede cosa ci sia da vedere a Mosca, che dei cieli tersi e i colori freddi e struggenti della Scandinavia non ha goduto nulla, troppo preso dalle discoteche e dalle bionde nordiche. Il secondo è quello che è spinto da una curiosità insaziabile, che scarpina per ore alla ricerca di un angolino suggestivo di cui ha letto in una guida, di una stradina di cui ha sognato in romanzo, di uno scorcio che ha ammirato in un film. Come quando feci scarpinare ore la mia amica Pina alla ricerca di Alexander Platz, per scoprire poi che la piazza berlinese della bellissima canzone di Battiato consisteva in un supermercato e un megaparcheggio; tutta la strada fatta alla ricerca della Bahnof Zoo, per rivivere le atmosfere della decadente Berlino Ovest di Noi i Ragazzi dello Zoo di Berlino (Pina ancora mi odia); tutte le metro e le corriere, treni e cammino che abbiamo fatto, andando alla ricerca di tutte le statue di Lenin ancora esistenti nella Grande Madre Russia, quelle che ancora c’erano e anche il posto dove una volta c’era stata una statua di Lenin, te lo ricordi, Amanda carissima (la quale Amanda rischiò di farsi arrestare dentro la tomba di Lenin per troppo fervore, ancora sghignazziamo alle sue spalle)? E ancora, quando andammo al tenebroso castello di Amleto, Elsinore, perduto nella desolata campagna danese, uno dei luoghi più suggestivi al mondo, reso impagabilmente dalla magistrale penna di Shakespeare ( e non importa che del castello originale ci siano rimaste solo le fondamenta, la suggestione del luogo non cambia) . I paesaggi incantati della Bretagna e della Normandia, che Rohmer ha immortalato in maniera così poetica nel bellissimo Racconto D’estate, gli angolini più segreti raccontati in Incontri a Parigi, l’umida gita in battello sul Canale Saint Martin, alla ricerca della leggerezza soave di Amélie. Le ore sotto il sole impietoso del deserto di Luxor, insieme al nostro professore di Egittologia, arrancando faticosamente sulla roccia calcarea e friabile del deserto di Luxor, solo per vedere dall’alto il Tempio di Hatpshesut, incastonato nelle montagne, una delle emozioni indimenticabili della mia vita. Il vero viaggiatore è quello non si ferma all’apparenza, quello che rifugge dai monumenti pieni di gente e dalla calca che affolla i luoghi famosi e ovvi: che magari va alla scoperta dei quartieri periferici di una città, come quando finimmo nei quartieri operai alla periferia di Mosca, quando viaggiavamo per San Pietroburgo su filobus degli anni 40, che ogni volta che il filo si staccava l’autista fermava la vettura, saliva con la scaletta sul tetto, lo riagganciava e finalmente si ripartiva; o quando prendemmo un treno di terza classe nella taiga russa, con i vagoni di almeno cinquant’anni prima, coi sedili di legno e le vecchie contadine con il foulard in testa e la gabbia piena di galline accanto, e tutte guardavano i nostri jeans e gli zaini Invicta assolutamente fuori posto, in quel luogo. Quando a Praga, nel 1989, facemmo due ore di fila fuori dal negozio chiuso per accaparrarci un vaso di cristallo da portare alla mamma (ce n’erano solo due in tutto il negozio), e la sera andavamo in giro con le truppe russe che pattugliavano le strade deserte, e qualcuno si mise spericolatamente a cantare Bandiera rossa in piena notte sul Ponte di Carlo: e poi tornare dieci anni dopo e trovare una città irriconoscibile, piena di fast food, di negozi di souvenir e di locali a luci rosse. Che nostalgia quella Praga magica e decadente, ancora ottocentesca, ancora inviolata. Oppure le macerie e le case mezze distrutte a Berlino est, poco dopo la caduta del muro, i teschi alle finestre sprangate ed un’aria di desolazione, di squallore, camminare a vuoto per strade deserte, tra palazzoni di cemento grigio e condomini fatiscenti, e cercare di immaginarsi la vita oltre un muro, oltre quel muro. Il vero viaggiatore è quello che disdegna i ristoranti per turisti con menu internazionali, e cerca la bettolina in una stradina di un quartiere qualunque, dove mangiano quelli del luogo, che non cercherebbe mai un piatto di fettuccine o una pizza in un paese straniero, per assaggiare le specialità locali, magari dai nomi impronunciabili. E avrebbe sicuramente piacevolissime sorprese, perché non mi è mai capitato un paese in cui non sia riuscita a trovare nulla di mio gradimento, anzi, di solito torno dai miei viaggi praticamente rotolando. Anche i ricordi culinari sono sempre associati ad un luogo particolare, ad un momento speciale che rimane impresso nella memoria. Può essere la mielosa paspousa mangiata rigorosamente con le mani fuori da una pasticceria del Cairo, o i dolci russi dagli ingredienti misteriosi nella fredda San Pietroburgo, nell’albergo sulla Prospettiva Nievsky; la cremosa minestra di semolino servita per colazione a Mosca, calda, dolce e burrosa; oppure il formaggio panato e patate fritte in un pub di un paese sperduto della Valacchia, il golosissimo yogurt al cioccolato bevuto seduti al porto di Rotterdam, lo strudel caldo e speziato nei rifugi delle Dolomiti, il croissants aux amandes comprato in una Boulangerie di Montmartre e mangiato all’ombra de Le Sacre Coeur, la pita con i felafel comprata nella via ebraica Rue de Rosiers e addentata avidamente sui gradini di una chiesa del Marais, il pane all’uvetta della fredda e umida Oslo, la pizza enorme gustata nella pizzeria da Michele, a Napoli, un antro enorme dai soffitti altissimi, con lunghi tavoli di marmo e le tovaglie di carta, ma che delizia di pizza, alta, soffice e verace, una delle migliori pizze mangiate in vita mia (se capitate a Napoli, non potete perdervela); le focacce pugliesi con pachino e olive nere, oliose e soffici, mangiate agli scavi archeologici, mescolate alla polvere dei millenni, sotto un tendone di fortuna nel bel mezzo del Tavoliere . E ancora, il gusto insolito della frittata cosparsa di miele di un posto sperduto in mezzo al paesaggio brullo delle montagne cretesi, l’insalata di mais in Normandia che la mia amica Pina ha condiviso con un uccellino che si era tranquillamente accomodato sul tavolo e sbecchettava direttamente dal suo piatto, senza alcun pudore; la granita di caffè con la brioche calda alle nove di mattina in una piovosa estate siciliana sotto l’Etna e le cialde con la Nutella di Bruxelles, nel plumbeo e piovoso Belgio. Viaggi solitari, dicevo. Una persona accanto ti distrae, ti impedisce di essere intrisa in ogni fibra dell’anima dai colori, i sapori e gli odori del luogo. E poi cosa c’è di meglio di partire alla scoperta di un posto sconosciuto, avendo come unica compagnia la fidata macchina fotografica e la Moleskine, sempre la stessa, ogni anno più malconcia e con la copertina nera ormai consunta, su cui scrivere, al momento, pensieri indirizzi, ricordi, nomi di strade e percorsi fatti, impressioni fugaci appuntate al volo, una cronaca affascinante e immortale di attimi che rischiano di perdersi confusamente nella memoria. Sono stata moltissime volte a Firenze, ad esempio, ma i ricordi più preziosi sono quelli dei giorni che vi ho passato da sola: una deliziosa pensioncina in Piazza Santa Maria Novella; la giornata persa a vagabondare oziosamente per le stanze degli Uffizi, a bere con gli occhi la bellezza rinascimentale di Botticelli, senza riuscire a stancarsene, e poi quel tardo pomeriggio umido e freddo, in una Santa Croce deserta e quasi buia, le ombre che si posavano sul marmo come polvere, nel silenzio spettrale, mentre il sole calava velocemente dietro le vetrate. E Boboli, i suoi viali ammantati di foglie, nella malinconia dell’autunno; Venezia e i suoi ponti e i suoi cristalli nelle vetrine luccicanti; Napoli, il suo lungomare baciato dal sole, i fritti oliosi e lussuriosi di Via Toledo e i vicoli maleodoranti di Spaccanapoli; le stradicciole selciate medievali di Viterbo in una primavera fiorita di azalee, e quella chiesetta minuscola in una valle solitaria, sperduta e diroccata, inaspettata e incongrua, con la sua campana muta e il portone sbarrato, chiuso forse da secoli. Adoro viaggiare da sola, anche in posti vicini, anche una fuga di una giornata, oppure una gita nella mia stessa città, come non l’avessi mai vista, come ogni cosa fosse nuova per me: è come un giorno di sole durante una settimana di pioggia, ti solleva e rinfranca l’anima, ti fa immergere in un mondo di sogno, almeno per qualche ora. E allora, arrivederci al mio ritorno…

venerdì 13 marzo 2009

martedì 10 marzo 2009

Grandi maestri dell'acquarello: John Sell Cotman (1782-1842)

Nato a Norwich, che fu sede di una grande scuola di paesaggisti e acquerellisti, si trasferì presto a Londra dove entra a far parte del gruppo di artisti che gravitavano intorno a Thomas Monro, mecenate e principale sostenitore degli aquerellisti inglesi in quel periodo (tra i quali anche J.M.W Turner). Cotman viaggiò molto in gran Bretagna, producendo moltissimi schizi e disegni, che poi elaborava in splendidi acquarelli in studio. Nel 1806 ritorna a Norwich e si mantiene principalmente come insegnante di disegno. Nel 1834 diventa "Drawing Master" al King's College School di Londra. La sua tecnica , nei momenti di maggior creatività, è riconoscibile per la modalità di applicazione del colore, che viene steso a strati successivi (oggi si direbbe bagnato su asciutto), su un disegno accurato, ottenendo risultati di armoniose atmosfere austeramente geometriche, mediante il sapiente gioco di rafforzamenti di colore e studiati spazi bianchi della carta. Cotman lavora con sicurezza dopo una accurata programmazione preventiva dei risultati che intende ottenere. Più tardi, Cotman subisce l'influenza di Turner, modifica la sua tavolozza con colori più blillanti e contrasti più decisi, e facendo uso di medium particolari come l'albume d'uovo, perdendo però quel tratto originale che caratterizza gran parte della sua produzione artistica.
foto: Greta bridge 1806 23 X 33 cm Londra, British Museum

acquarelli di marzo

piccola nm acquarello 16 X 15
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